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La nullita’ dei patti parasociali per contrarieta’ all’art. 2265 c.c.

Trib. Milano, 30 dicembre 2011, Sez. VIII

Massima: “Il patto parasociale che prevede, in capo a un socio, un’opzione put su azioni a un prezzo prestabilito, pari al prezzo originariamente corrisposto dal socio in favore del quale l’opzione è prevista, esclude tale socio dalla possibilità di partecipare alle perdite, pertanto, salvo il caso che il patto d’opzione risulti funzionale ad un interesse meritevole di tutela, comunque connesso al buon esito dell’andamento dell’impresa sociale, è nullo in quanto in contrasto con il divieto di patto leonino di cui all’art. 2265 c.c..

Con sentenza emessa in data 30 dicembre 2011, la sezione XIII del Tribunale di Milano, uniformandosi all’orientamento già espresso dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 8927/194, ha chiarito che il precetto vincolante di cui all’art. 2265 c.c. – ai sensi del quale è da intendersi “nullo il patto con il quale uno o più soci sono esclusi da ogni partecipazione agli utili o alle perdite” – sia da considerarsi estensibile tanto nei confronti di società di persone quanto nei confronti di società di capitali, nonché valevole anche in riferimento a patti tra soci extra-statutari, ove essi siano comunque destinati a produrre il medesimo effetto leonino alterante il meccanismo di svolgimento in comune di un’attività economica.

Basti considerare che la legge, con il precetto dell’art. 2265 c.c., pone come limite invalicabile da parte dell’autonomia statutaria l’esclusione in modo assoluto (la norma parla infatti di esclusione “da ogni” partecipazione agli utili o alle perdite), costante (tale da riflettersi costantemente nei diritti ed obblighi del socio verso la società e sul suo status di socio nella compagine sociale) e sostanziale (non rilevando quindi la forma in cui tali patti si presentano bensì gli effetti giuridici che da tale patto possono scaturire) di uno o più soci dai rischi della perdita e/o dal diritto agli utili.

Ciò in quanto, la partecipazione agli utili e la partecipazione alle perdite, in relazione al conferimento eseguito da ciascun socio, costituiscono elementi essenziali ed inscindibili della partecipazione sociale, che differenziano peraltro il socio dal semplice associato.

Il patto leonino invece non è ravvisabile nell’ipotesi in cui – anche con riguardo a società di capitali – non vi sia corrispondenza tra poteri corporativi e diritti o rischi patrimoniali rispetto all’entità della partecipazione sociale posseduta, a condizione che tale mancata rispondenza tra poteri, da una parte, e diritti e rischi, dall’altra, non finisca poi per annullare in toto questi ultimi.

La ratio è quella di rendere tutti i membri del gruppo – indipendentemente dal tipo di forma societaria prescelto – partecipi a tutti gli effetti del rischio d’impresa conseguente all’attività svolta, così da garantire, al contempo e nell’interesse generale, un esercizio avveduto e corretto dei relativi poteri.

In un tale contesto, la partecipazione agli utili ed al rischio d’impresa costituiscono il miglior incentivo all’esercizio avveduto e corretto dei poteri amministrativi ed, al contempo, l’unico ed essenziale incentivo all’esercizio dei poteri corporativi in maniera produttiva e ponderata.

Ove venisse consentita, invece, l’eliminazione totale in capo ad uno o più soci del rischio d’impresa in virtù di un patto parasociale statutario o extra-statutario, si andrebbe ad alterare irrimediabilmente la struttura del contratto di società e ad incidere, quindi, sulla stessa correlazione rischio/potere caratterizzante lo status tipico del socio.

Diverso è ovviamente il caso in cui in sede di giudizio di merito venisse dimostrato che, nonostante tale azzeramento del rischio di impresa, il patto parasociale ha un suo autonomo interesse meritevole di tutela ai sensi dell’art. 1322 c.c. ed è finalizzato al buon esito dell’andamento dell’impresa sociale. Ma trattasi di valutazione da compiersi caso per caso.

(Maria Giulia Furlanetto – m.furlanetto@lascalaw.com)

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