Dalla mediazione alla causa: focus sul contenuto della domanda

Sì alla mediazione anche in appello

La Corte d’Appello di Bari ha ritenuto che anche il Giudice di secondo grado possa invitare le parti ad esperire il procedimento di mediazione, al fine di comporre in via stragiudiziale la lite tra loro insorta.

I magistrati pugliesi, infatti, a scioglimento della riserva assunta nel corso della prima udienza, hanno stabilito che “a norma dell’art. 5 co. 2, D.Lgs. 20/2010 (come modificato dal DL n. 69/2013 conv. Il L. n. 98/2013), anche il giudice di appello, valutata la natura della causa, lo stato dell’istruzione ed il comportamento delle parti, può disporre l’esperimento del procedimento di mediazione quale strumento di composizione extragiudiziale delle controversie aventi ad oggetto (…) diritti disponibili; ritenuto che tale disposizione trovi applicazione nei procedimenti in corso in base al principio tempus regit actum (Cass. n. 20811/2010)”.

Ad ispirare tale invito è certamente il principio di ragionevole durata del processo. La Corte, preso atto dei tempi inevitabilmente lunghi per la pronuncia della sentenza, ha ritenuto opportuno offrire alle parti la possibilità di usufruire di uno spazio di dialogo teso a ricercare “con l’assistenza di un mediatore qualificato, un equo, adeguato e sollecito contemperamento dei contrapposti interessi”.

Dato atto di ciò, il Giudice d’appello ha incaricato la parte più diligente di introdurre il procedimento di mediazione presso un organismo del luogo del giudice territorialmente competente per la controversia, mettendo in guardia le parti non solo sul fatto che la mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale, ma anche che la condizione potrà considerarsi avverata a fronte della partecipazione delle parti personalmente o dei rispettivi procuratori speciali a conoscenza dei fatti muniti dei poteri di conciliare.

Infine, ha disposto che il mediatore dia atto, ove la conciliazione non riesca: “I) della proposta comunque formulata; II) della partecipazione ovvero della mancata partecipazione delle parti”; in particolare, poi, il Collegio ha posto l’accento sul comportamento della parte che dovesse dichiarare di non voler proseguire oltre il primo incontro preliminare, assimilandolo alla mancata partecipazione senza giustificato motivo: le conseguenze di un simile modus operandi potrebbero concretizzarsi sia in una condanna al versamento all’entrata del bilancio dello Stato di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio, ai sensi dell’art. 8 comma quarto bis del D.Lgs. 28/2010, che nella possibilità, da parte del Giudice, di desumerne argomenti di prova, ai sensi dell’art. 116 c.p.c.

Il medesimo comportamento, poi, potrebbe essere valutato dal Giudice anche in sede di liquidazione delle spese di giudizio, ai sensi degli artt. 91 e 96, co. 3, c.p.c.

Corte d’Appello di Bari, ordinanza del 4 gennaio 2019

Andrea Maggioni – a.maggioni@lascalaw.com

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