Bancarotta: non può sussistere responsabilità penale “da posizione” del fallito

Bancarotta: non può sussistere responsabilità penale “da posizione” del fallito

L’accertamento della penale responsabilità dell’imputato di bancarotta fraudolenta per distrazione non può (e non deve) costituire un onere di dimostrazione in capo al soggetto fallito, né frutto di una presunzione.

La Corte di appello confermava la sentenza del giudice di prime cure che aveva ritenuto responsabile l’amministratore della fallita per distrazione di somme sociali.

L’imputato proponeva ricorso a mezzo del proprio difensore deducendo la motivazione apparente del giudice di secondo grado posto che, nel secondo giudizio di merito, il ricorrente aveva dedotto che la società negli anni precedenti il fallimento aveva tenuto la contabilità in regime semplificato ed era passata alla contabilità ordinaria solo negli ultimi quattro anni, che la società non aveva esercitato alcuna attività in uno degli ultimi anni e che, infine, il ricorrente aveva assunto la carica di amministratore soltanto a seguito della ripresa dell’attività. L’amministratore aveva ereditato una situazione contabile che poteva essere chiara solo per l’anno in cui la società era rimasta inattiva, ma era del tutto opaca per gli anni precedenti nei quali la società aveva operato in regime di contabilità semplificata; elemento questo che aveva indotto il Curatore ad affermare che il saldo cassa poteva anche collegarsi a pregresse operazioni e  nello stesso senso era stata omessa la valutazione del consulente contabile che aveva riferito che l’attivo di cassa poteva essere solo virtuale e non effettivo.

La Corte territoriale non si era affatto espressa sul tema, limitandosi ad affermare una responsabilità penale “da posizione” per il ricorrente. Questo perché la responsabilità penale era stata affermata solo sulla carta e soprattutto, a fronte della difficoltà di ricostruire le movimentazioni per gli anni in cui la fallita aveva tenuto la contabilità in regime semplificato, non si vedeva come fosse possibile ritenere reale lo sbilancio di cassa, in difetto degli strumenti per poterlo accertare, come riconosciuto dallo stesso curatore e a fronte del carattere virtuale attestato dal consulente contabile.

Il Supremo Collegio riteneva meritevole di accoglimento le doglianze del ricorrente proprio in ragione del fatto che la Corte territoriale si era limitata ad affermare una responsabilità penale scaturente dalla posizione di amministratore pro tempore con una scarna e immotivata asserzione secondo cui poiché il saldo cassa era stato rilevato in un periodo in cui il ricorrente era amministratore egli ne doveva rispondere e giustificare la mancanza in concreto della somma, risultante quale saldo cassa e non riversata al curatore fallimentare.

La responsabilità per il delitto di bancarotta per distrazione, ascrivibile all’imprenditore fallito, infatti, richiede “l’accertamento della previa disponibilità, da parte di quest’ultimo, dei beni dell’impresa, accertamento che non è condizionato da alcun onere di dimostrazione in capo al fallito né da alcuna presunzione; di qui la conseguenza che il giudice – ancorché le scritture di impresa costituiscano prova, ex art. 2710 cod. civ., nei riguardi dell’imprenditore – deve valutare, anche nel silenzio del fallito, l’attendibilità dell’annotazione contabile e dare congrua motivazione ove questa non sia apprezzabile per l’intrinseco dato oggettivo.

Si disponeva, pertanto, l’annullamento dell’impugnata sentenza con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello.

Cass., Sez. V Penale, 2019, 6 febbraio 2019, n. 5853

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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