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Finché Corte non ci separi

Con l’ordinanza n. 1882 del 23.01.2019, la prima sezione civile della Corte di Cassazione ha ricordato come la dichiarazione di nullità del matrimonio concordatario resa dal Tribunale ecclesiastico non prevalga automaticamente sulla sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio già passata in giudicato, soffermandosi poi sulla corretta identificazione del titolo giuridico fondante l’obbligo di mantenimento dell’ex coniuge.

Nel caso concreto esaminato dalla prima sezione civile della Corte di Cassazione, due coniugi adivano il Tribunale di Asti al fine di veder dichiarata la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario, celebrato anni prima con il rito canonico e regolarmente trascritto nei registri di stato civile.

Com’è noto, il matrimonio celebrato secondo i dettami del rito cattolico può essere riconosciuto, a certe condizioni, anche dall’ordinamento civile nazionale, in forza di specifici accordi di diritto internazionale stipulati tra la Repubblica italiana e la Chiesa cattolica/Stato Vaticano. Nel caso in cui i coniugi volessero poi porre fine al vincolo coniugale, è prevista la possibilità di ottenere una pronuncia giudiziale di cessazione degli effetti civili del matrimonio (comunemente riconosciuta come “divorzio”). Il vincolo religioso potrebbe invece venir meno solo a seguito della dichiarazione di nullità del matrimonio da parte del Tribunale ecclesiastico: tale ipotesi è tuttavia limitata a pochi – specifici – casi, tra i quali non è ricompresa la volontà concorde dei coniugi di voler porre fine al matrimonio celebrato con il rito cattolico.

I coniugi di Asti avevano quindi adito sia il Tribunale civile sia il Tribunale ecclesiastico: il primo, in vista della pronuncia di cessazione degli effetti civili del matrimonio; il secondo, per veder dichiarata la nullità del matrimonio di diritto canonico. Il Tribunale di Asti emetteva quindi una sentenza non definitiva di cessazione degli effetti civili del matrimonio, rimettendo la causa in istruttoria per la definizione delle questioni patrimoniali connesse (in particolare, per la determinazione dell’ammontare dell’assegno divorzile).

Il marito impugnava quindi la sentenza non definitiva, lamentando la mancata sospensione del processo in pendenza di quello ecclesiastico. Infatti, nel caso in cui il procedimento civile fosse stato sospeso in attesa della dichiarazione di nullità del Tribunale ecclesiastico, il marito avrebbe potuto avvalersi di tale pronuncia al fine di alleggerire gli obblighi di natura patrimoniale conseguenti lo scioglimento del matrimonio: il codice civile prevede espressamente che nel caso di matrimonio dichiarato nullo (c.d. matrimonio putativo) il giudice possa disporre a carico di uno dei coniugi, per un periodo non superiore a tre anni, l’obbligo di corrispondere somme periodiche di denaro, in proporzione alle sue sostanze e solo nel caso in cui l’altro coniuge non disponga di redditi propri e non sia passato a nuove nozze.

La Corte d’appello di Torino prima e la Corte di Cassazione poi confermavano senza indugi la decisione del Tribunale di Asti, ritenendo che la causa civile non dovesse subire alcun tipo di sospensione in pendenza dell’azione ecclesiastica. Esauriti i gradi di giudizio possibili, la sentenza dichiarativa di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario passava quindi in giudicato.

Successivamente, sempre il Tribunale di Asti – a seguito della rimessione in istruttoria della causa – giungeva a riconoscere in capo alla moglie il diritto alla corresponsione dell’assegno divorzile, data la costante assistenza da questa fornita al figlio della coppia, affetto da grave forma di autismo.

Il marito impugnava nuovamente la pronuncia di primo grado, contestando l’ammontare dell’assegno così come determinato dal Tribunale. Nelle more del giudizio di appello, sopraggiungeva tuttavia l’agognata pronuncia di nullità del matrimonio canonico da parte del Tribunale ecclesiastico. La Corte d’appello di Torino, chiamata di conseguenza a valutare il rapporto tra la sentenza di nullità del matrimonio e quella di divorzio, concludeva che la prima non potesse valere ad escludere il diritto dell’ex moglie alla percezione dell’assegno divorzile, dato il precedente passaggio in giudicato della sentenza di cessazione degli effetti civili del vincolo coniugale.

La Corte di Cassazione, adita dal marito insoddisfatto, confermava la bontà dell’inferenza giuridica operata dal Giudice di appello, ricordando come non sussista alcun rapporto di primazia della pronuncia di nullità canonica su quella civile, trattandosi di procedimenti autonomi, aventi finalità e presupposti diversi.

Nell’interpretazione della Suprema Corte, il titolo giuridico dell’obbligo di mantenimento dell’ex coniuge si fonda infatti sull’accertamento dell’impossibilità della continuazione della comunione spirituale e morale tra i coniugi stessi, conseguente allo scioglimento del vincolo matrimoniale civile o alla dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario.

Non è quindi costituito dalla validità del matrimonio stesso, oggetto della sentenza ecclesiastica.

Nel caso di specie, la dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario, resa con sentenza non definitiva passata in giudicato prima della sentenza del tribunale ecclesiastico, è stata quindi considerata sufficiente per passare alla valutazione circa la sussistenza dei presupposti per la corresponsione dell’assegno divorzile in capo all’ex moglie e degli elementi per la determinazione del suo ammontare.

Cass., Sez. I Civ., 23 gennaio 2019, ordinanza n. 1882

Valentina Zamberlan – v.zamberlan@lascalaw.com

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