L’ACF e la legittimazione passiva

Bilanci falsi e danno per l’investitore

Viene definita da parte della Suprema Corte una vicenda che, per i diversi gradi di giudizio, durava da quasi venti anni e riguardava la richiesta di risarcimento dei danni promossa da alcuni azionisti di una società quotata in Borsa, in relazione alle perdite subite e derivanti da una pretesa falsa informazione sull’emittente.

Nello specifico, infatti, gli azionisti agivano per ottenere, previo accertamento della responsabilità solidale della società, degli amministratori, dei sindaci e della società di revisione, la loro condanna solidale al risarcimento del danno patito a causa delle false informazioni sulla situazione patrimoniale della società e nelle comunicazioni sociali, false informazioni che li avevano indotti a convertire in azioni parte delle obbligazioni dagli stessi acquistate nel 1999, laddove invece il successivo bilancio della società al 31.12.1999, approvato nell’aprile 2000, aveva evidenziato una perdita di esercizio assai rilevante.

Dopo essere stata cassata la sentenza n. 2380 dell’anno 2008 della Corte d’Appello di Milano, da parte del Collegio di Legittimità (con sentenza n. 5450 del 18.3.2015), su ricorso proposto dagli stessi azionisti, il Collegio di rinvio rigetta le avanzate richieste risarcitorie, assumendo il difetto di prova in merito alla sussistenza effettiva di una falsa rappresentazione dei crediti appostati a bilancio, in seguito svalutati. Inoltre, con ulteriore ratio decidendi, la Corte evidenzia che le comunicazioni “passate” sul finire dell’anno 1999, da parte dell’emittente, interrompevano il nesso causale, in quanto segnalavano la situazione di difficoltà della medesima.

Nella prospettazione dei ricorrenti, inter alia, la pronuncia impugnata sarebbe viziata sotto il profilo della prova della falsità dei bilanci, nonché sotto la valutazione del nesso causale.

Quanto al primo aspetto, osserva la Suprema Corte che l’affermazione secondo cui dovrebbe, nel caso di specie, farsi ricorso “al principio della «vicinanza della prova»”, per cui i convenuti spettava l’onere di fornire la prova dell’esistenza di ragioni giustificatrici della diversità di valutazione tra i bilanci, non può trovare accoglimento avendo peraltro la società adeguatamente motivato le scelte poste a fondamento di tali diverse valutazioni.

Assorbente, peraltro, è il rilievo per cui le “nuove” e successive informazioni rese nel corso dell’anno 1999, “dalle quali emergeva un grave peggioramento della situazione della società, erano comunque idonee ad interrompere il nesso causale tra le precedenti informazioni assenta mente non corrette e la scelta operata dagli attori di convertire le obbligazioni in azioni”: dunque a prescindere dalla esistenza o meno di una prova sulla falsità dei bilanci, essendo “il momento rilevante ai fini del decidere [è] quello in cui è stata operata la convenzione delle obbligazioni in azioni, da cui poi sono derivati i danni lamentati”, è da è escludere la sussistenza di un diritto risarcitorio in favore degli azionisti.

Cass., Sez. I Civ., 29 gennaio 2019, n. 2467

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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