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Elemento oggettivo e soggettivo degli atti di frode per la revoca del concordato preventivo

In materia di concordato preventivo, gli atti di frode rilevanti ai fini della revoca rimangono integrati quando si riscontri l’esistenza di un dato di fatto occultato afferente il patrimonio del debitore, tale da alterare la percezione dei creditori, risultando una divergenza tra la situazione patrimoniale dell’impresa prospettata con la proposta di concordato e quella effettivamente riscontrata dal commissario giudiziale, ed il carattere doloso di detta divergenza, che può consistere anche nella mera consapevolezza di aver taciuto il fatto, non essendo necessaria la volontaria preordinazione dell’omissione al conseguimento dell’effetto decettivo.

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione ha ritenuto infondato il ricorso proposto da una società avverso la sentenza con cui la Corte d’Appello di Bologna aveva confermato la revoca dell’ammissione della stessa alla procedura di concordato preventivo, poiché aveva fraudolentemente omesso di informare i creditori dell’escussione di alcune fideiussioni prestate dalla società a favore degli istituti bancari a garanzia delle obbligazioni di soggetti terzi.

La società istante, con due motivi di ricorso, denunciava in particolare la violazione e falsa applicazione dell’art. 173 l.f., in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c., in quanto la decisione impugnata aveva attribuito rilevanza, agli effetti della revoca del concordato preventivo e della contestuale dichiarazione di fallimento, a una condotta che non poteva essere qualificata come atto di frode, poiché priva di una oggettiva valenza decettiva e, in ogni caso, priva del dolo. In particolare, ad avviso della società ricorrente, al momento della redazione della proposta, del piano di concordato e della relazione sulla situazione patrimoniale, le fideiussioni non erano ancora state escusse e, in ogni caso, i creditori erano stati notiziati dell’intervenuta escussione dal Commissario giudiziale in sede di relazione particolareggiata.

I giudici di legittimità, nel ritenere infondati detti motivi di ricorso, hanno ribadito il consolidato orientamento della Corte di Cassazione in relazione alle ipotesi per le quali è possibile addivenire a un provvedimento di revoca dell’ammissione alla procedura di concordato preventivo, così come previste dall’art. 173 l.f.

Infatti, la giurisprudenza di legittimità ha avuto modo in più occasioni di sostenere che gli atti di frode vanno intesi, sul piano oggettivo, come “le condotte volte ad occultare situazioni di fatto idonee ad influire sul giudizio dei creditori, aventi valenza potenzialmente decettiva per l’idoneità a pregiudicare il consenso informato dei creditori sulle reali prospettive di soddisfacimento in caso di liquidazione, e che non si identificano con quelle di cui agli artt. 64 e ss. L.f., inizialmente ignorate dagli organi della procedura e dai creditori e successivamente accertate nella loro sussistenza o anche solo nella loro completezza ed integrale rilevanza a fronte di una evidenziazione precedente del tutto inadeguata” (Cass. 17191/2014; in senso conforme, Cass. 9050/2014; Cass. 23387/2013; Cass. 17038/2011; Cass. 3409/2016; Cass. 5689/2017; Cass. 26429/2017; Cass. 7379/2018; Cass. 16856/2018).

Sul piano soggettivo, d’altro canto, il comportamento del debitore deve presentare il carattere del dolo, inteso come volontarietà del fatto, consistente anche nella mera consapevolezza di aver taciuto nella proposta circostanze rilevanti ai fini dell’informazione dei creditori (in tal senso, cfr. Cass. 23387/2013; Cass. 17038/2011; Cass. 10778/2014; Cass. 9027/2016; Cass. 26429/2017).

Alla luce di quanto esposto, la Corte di Cassazione ha esposto il principio di diritto in base al quale gli atti di frode rilevanti ai fini della disciplina dell’art. 173 l.f. presuppongono: a) l’esistenza di un dato di fatto occultato afferente il patrimonio del debitore tale da alterare la percezione dei creditori, risultando una divergenza tra la situazione patrimoniale dell’impresa prospettata con la proposta di concordato e quella effettivamente riscontrata dal commissario giudiziale; b) il carattere doloso di detta divergenza, quale volontarietà del fatto (cfr. Cass. 7379/2018).

Più precisamente, l’accertamento di atti di occultamento o di dissimulazione dell’attivo, della dolosa omissione della denuncia di uno o più crediti, dell’esposizione di passività insussistenti o della commissione di altri atti di frode da parte del debitore determina in sé – alla stregua dei principi finora esposti – la revoca dell’ammissione al concordato, e prescinde anche dal voto espresso dai creditori in adunanza ovvero dal fatto che i questi ultimi siano poi stati resi edotti di quell’accertamento (così Cass. 5689/2017; Cass. 25165/2016; Cass. 14552/2014).

In conclusione, nella fattispecie in esame i Giudici di legittimità hanno respinto il ricorso della società, confermando la revoca dell’ammissione della società alla procedura di concordato preventivo e la successiva dichiarazione di fallimento.

Cass., Sez. I Civ., 26 novembre 2018, n. 30537

Eleonora Gallina – e.gallina@lascalaw.com

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