A volte ritornano: il conflitto di interessi dell’amministratore di società

L’amministratore evade, la società paga

La Corte di Cassazione nella sentenza in esame ha affrontato il tema della responsabilità dell’amministratore, sancendo che la società è tenuta a pagare direttamente le sanzioni fiscali per i ricavi in nero e l’evasione prodotti dall’amministratore anche se quest’ultimo ha agito per fini personali e con dolo.

Nel caso in esame l’amministrazione ricorrente aveva impugnato la sentenza di secondo grado lamentando fra l’altro che la stessa si poneva in contrasto con il principio civilistico desumibile dagli artt. 2516, 2487 e 2384 c.c., secondo il quale il comportamento illecito dell’amministratore, compiuto in tale qualità e riconducibile all’oggetto sociale, è direttamente imputabile all’ente collettivo.

La Suprema Corte ha ritenuto fondate le doglianze dell’amministratore, accogliendone il ricorso.

La stessa in particolare osservava che, per il principio dell’immedesimazione organica, la società “risponde civilmente degli illeciti commessi dall’organo amministrativo nell’esercizio delle sue funzioni, ancorchè l’atto dannoso sia stato compiuto dall’organo medesimo con dolo o con abuso di potere, ovvero esso non rientri nella competenza degli amministratori, ma dell’assemblea, richiedendosi unicamente che l’atto stesso sia, o si manifesti, come esplicazione dell’attività della società, in quanto tenda al conseguimento dei fini istituzionali di questa, e tale responsabilità si aggiunge, ove ne ricorrano i presupposti, a quella degli amministratori, prevista dall’art. 2395 c.c. (…)” (Cass. n. 25946 del 2011).

La Corte di Cassazione ha altresì osservato che, con riguardo alla materia tributaria, che la commissione di un illecito da parte del legale rappresentante di un ente non interrompe il rapporto organico e non esclude, di per sé (ed in assenza di altri elementi, non risultanti accertati dalla sentenza), che del fatto del rappresentante possa rispondere l’ente medesimo (vedasi Cass. n. 9494 del 2009).

Cass. Civ.  Sez. V, 23 maggio 2018, n. 12675 (leggi la sentenza)

Maria Giulia Furlanetto – m.furlanetto@lascalaw.com

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