Contratto preliminare e fallimento del promittente venditore

Opposizione allo stato passivo uguale a domanda di ammissione al passivo tardiva?

È questo il quesito su cui si è pronunciata la Suprema Corte di Cassazione in una recentissima ordinanza, che si vuole sottoporre all’attenzione di tutti Voi lettori.

Nello specifico, il caso che qui ci occupa vede come protagonista un avvocato che, a seguito dello svolgimento di prestazioni professionali in favore di una società in liquidazione coatta amministrativa, ha chiesto l’ammissione al passivo del proprio credito prededucibile di € 48.887,81 con atto di opposizione allo stato passivo e non con insinuazione tardiva.

Sia il Tribunale di primo grado che la Corte di Appello di Palermo hanno dichiarato inammissibile la domanda in quanto proposta erroneamente con atto di opposizione allo stato passivo.

Alla base di tale rigetto, i Giudici di merito hanno motivato l’assenza di uno stato passivo, essendo la domanda proposta avverso la nota con cui i Commissari liquidatori avevano contestato la richiesta di pagamento del credito.

La Corte di Cassazione ha, invece, ribaltato la decisione di cui sopra, giungendo ad affermare, con l’ordinanza in commento, che sebbene “l’avvocato avesse proposto una opposizione allo stato passivo di per sé inammissibile, era compito del giudice verificare – in ossequio a principi generali di conservazione degli atti giuridici e di economia dei mezzi processuali – se, proprio in considerazione di detta inammissibilità, essa fosse convertibile in altra domanda rivolta al medesimo scopo, della quale tuttavia presentasse i requisiti di ammissibilità”.

Requisiti di ammissibilità che, ad avviso della Suprema Corte, sussistono perfettamente nel caso in esame, in quanto l’art. 89 del D.Lgs. n. 385/1993, nel disciplinare le “insinuazioni tardive” nell’ambito della procedura di liquidazione coatta amministrativa, fa espresso riferimento alle disposizioni previste per l’opposizione allo stato passivo di cui agli artt. 87, comma da 2 a 5, e 88 del suddetto D.Lgs.

Alla luce di tali considerazioni, la Corte di Cassazione ha ritenuto, pertanto, meritevole di accoglimento il ricorso presentato dall’avvocato avverso la sentenza emessa in secondo grado ed ha cassato quest’ultima con rinvio ai Giudici di merito per l’esame della domanda da ritenersi convertibile in istanza di insinuazione al passivo tardiva.

Il risultato cui perviene la Suprema Corte non deve di certo stupire, in quanto lo stesso trova la sua ratio nel principio generale di conservazione degli effetti degli atti giuridici e di economia processuale.

Come è noto, infatti, nella casistica processuale in forza di tali principi consolidati in dottrina e giurisprudenza, trovano frequente applicazione le c.d. “cause di sanatoria”, ovvero quei meccanismi finalizzati ad eliminare, per quanto possibile, gli errori commessi dalle parti nel compimento degli atti processuali, in modo da garantire a questi ultimi il raggiungimento del proprio scopo.

A mente del ragionamento seguito dalla Corte di Cassazione, può concludersi la presente disamina affermando che nella procedura di liquidazione coatta amministrativa, l’opposizione allo stato passivo, ove inammissibile come tale, può essere qualificata come domanda di insinuazione tardiva, a condizione che, ovviamente, della stessa abbia tutti i requisiti di ammissibilità.

Cass., Sez. VI Civile, 9 novembre 2016, n. 22880

Maria Assunta D’Angelo – m.dangelo@lascalaw.com

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