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Bancarotta fraudolenta: reformatio in peius coinvolge tutti gli elementi autonomi della pena

Il divieto di reformatio in peius della sentenza impugnata dall’imputato (art. 597, commi 3 e 4, c.p.p.) non riguarda solo l’entità complessiva della pena, ma tutti gli elementi autonomi che concorrono alla sua determinazione; con la conseguenza che il giudice di appello, non può modificare l’entità della componente intermedia della pena inerente all’aumento per la recidiva rispetto a quanto statuito in primo grado.

Il Tribunale territoriale dichiarava l’imputato responsabile della commissione del delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale pluriaggravata per tre distrazioni di patrimonio nella gestione della fallita, condannandolo alla pena di cinque anni e due mesi di reclusione e all’interdizione temporanea dai pubblici uffici. Tale decisione venne parzialmente riformata, limitatamente alla misura della pena, dalla Corte di Appello, riducendo la pena detentiva.

Ricorreva una prima volta alla Suprema Corte l’imputato, la quale annullava tale sentenza, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello affinché accertasse per quale motivo la distrazione di un bene del patrimonio della fallita fosse da imputare all’imputato, avendo la sentenza impugnata non chiarito «la specifica rilevanza dei numerosi ed intermedi contratti di trasferimento o uso del bene medesimo, documentati dal giudice di primo grado, precedenti alla istanza di ammissione al passivo della società, per il residuo credito.

La Corte territoriale, in parziale riforma della sentenza di primo grado assolse dall’accusa relativa alla distrazione di tale bene per non avere commesso il fatto e rideterminava la pena relativa ai fatti accertati.

Proponeva, pertanto, nuovamente ricorso per Cassazione l’imputato, deducendo assenza di motivazione relativa alla richiesta di rinnovazione del dibattimento in grado di appello e, censurando la violazione della regola di cui all’art. 597, commi 3 e 4, c.p.p.: la sentenza impugnata, infatti, emessa in sede di rinvio, dopo avere assolto il ricorrente dall’accusa relativa alla distrazione dell’autovettura, ha rideterminato la pena da irrogare, indicando la pena di base in tre anni di reclusione; aumento di tale pena di un anno e sei mesi per effetto della recidiva; ulteriore aumento della pena di quattro anni e sei mesi nella misura di un mese «per le contestate aggravanti ex art. 219 L.F.».

Costituisce principio di diritto quello secondo cui nel giudizio di appello il divieto di reformatio in peius della sentenza impugnata dall’imputato (art. 597, commi 3 e 4, c.p.p.) non riguarda solo l’entità complessiva della pena, ma tutti gli elementi autonomi che concorrono alla sua determinazione; con la conseguenza che il giudice di appello, non può modificare l’entità della componente intermedia della pena inerente all’aumento per la recidiva rispetto a quanto statuito in primo grado. (in questo senso, cfr. Cass. Sez. 2, n. 44332 del 15 ottobre 2013, Ardizzone e altri, Rv. 257444; Cass. Sez. 6, n. 41388 del 8 ottobre 2009, Clericuzio, Rv. 245018).

Tale principio interpretativo non può che essere ribadito nel caso in cui la sentenza emessa in sede di rinvio ha modificato in senso deteriore per l’imputato appellante -e dunque in violazione del divieto sopra ricordato – l’aumento di pena derivante dall’applicazione della recidiva rispetto alla corrispondente statuizione contenuta nella sentenza resa in appello (un anno e sei mesi di reclusione a fronte di un anno di reclusione).

La Suprema Corte, pertanto, annullava senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla misura della pena che ridetermina.

Corte di Cassazione, I Sezione Penale n. 26539 del 10 Maggio 2017

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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