16.06.2022 Icon

Annullabilità del contratto concluso dall’amministratore in conflitto di interessi

Qualora un singolo amministratore ponga in essere un negozio giuridico con un terzo, l’incidenza del conflitto di interessi sulla validità del negozio deve essere valutata sulla base della disciplina generale di cui all’art. 1394 c.c. che, come noto, ne prevede l’annullabilità su domanda del rappresentato, nel caso in cui il conflitto era conosciuto o riconoscibile dal terzo. 

Nel caso di specie, una società formulava richiesta di esecuzione in forma specifica di un contratto preliminare di cessione di un immobile concluso con un’altra società, in persona del legale rappresentante dotato dei necessari poteri per concludere autonomamente quel tipo di contratto. Quest’ultima – la promittente venditrice – si costituiva in giudizio chiedendo l’annullamento del preliminare poiché, all’epoca della sua conclusione, l’amministratore che l’aveva sottoscritto versava in stato di conflitto di interessi in quanto legale rappresentante di entrambe le società. In primo grado, con decisione confermata in appello, veniva rigettata la domanda della promissaria acquirente in ragione del fatto che, effettivamente, l’amministratore aveva concluso il preliminare versando in uno stato di conflitto di interessi, il quale avrebbe potuto arrecare alla promittente venditrice un pregiudizio rilevante visto che l’immobile era stato promesso in vendita ad un prezzo corrispondente a circa la metà del valore stimato in sede di consulenza tecnica d’ufficio. La promissaria acquirente ricorreva in Cassazione ma il ricorso veniva rigettato. 

La Corte di Cassazione, infatti, con sentenza n. 255 del 5 gennaio 2022, ha stabilito che “se, come nel caso in esame, il compimento dell’atto posto in essere dal singolo amministratore con il terzo non è stato preceduto da una fase procedimentale che si sia concretata nell’adozione di una delibera consiliare, tale disposizione [ndr. l’art. 2391 c.c.] non può ricevere applicazione, a nulla rilevando che l’atto sia eventualmente ricompreso, sotto il profilo gestorio, nella competenza del consiglio di amministrazione. Non essendo, quindi, ravvisabili le condizioni per il ricorso alla disciplina dettata dal citato art. 2391 c.c., l’incidenza del conflitto di interessi sulla validità del negozio posto in essere con il terzo deve essere quindi regolata sulla base di principi diversi che, in mancanza di altri indici normativi, vanno identificati in quelli fissati, in via generale, dall’art. 1394 c.c.”.

La Suprema Corte ha avuto dunque modo di precisare che la disapplicazione dell’art. 2391 c.c. (e la conseguente applicazione del principio generale posto dall’art. 1394 c.c.) in casi analoghi a quello di specie è dovuto al fatto che la predetta disposizione è mirata a disciplinare la procedura da adottare in seno all’organo gestorio quando il conflitto di interessi emerga in sede deliberativa e, quindi, in un momento anteriore rispetto a quello in cui il negozio giuridico viene concretamente posto in essere. 

In particolare, sul tema dell’applicabilità dell’art. 1394 c.c., la medesima Corte ha altresì chiarito che “l’esistenza di una pluralità di amministratori non è di ostacolo all’applicazione della disciplina dettata dall’art. 1394 c.c., ponendo in evidenza che quest’ultima norma è certamente applicabile nel caso in cui, pur essendovi il consiglio di amministrazione, l’operazione da compiere sia devoluta alla specifica competenza di uno soltanto dei suoi componenti (l’amministratore delegato) che abbia il potere di agire con gli stessi poteri che competono all’amministratore unico e, quindi, senza necessità di un intervento del consiglio. Ed a conclusioni non diverse deve pervenirsi quando il singolo amministratore ponga in essere, in mancanza di una delibera del consiglio di amministrazione, un atto che rientri, invece, nella competenza di tale organo”. 

Cass., 5 gennaio 2022, n. 255

Riccardo Siligardi – r.siligardi@lascalaw.com

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