Se vuoi la TV in camera, paghi il diritto connesso

Sulla nozione di comunicazione al pubblico e diritto di ingresso.

Stabilire cosa la Direttiva 2001/29/CE (art. 3) e la Direttiva 2006/115/CE (art. 8) esattamente intendano per “comunicazione al pubblico” vuol dire tracciare un netto confine tra libero utilizzo di opere dell’ingegno e diritto all’equa remunerazione per autori, produttori, artisti, interpreti ed esecutori (gli AIE), nonché per gli organismi di radiodiffusione.

La sentenza in commento (CGUE del 16 febbraio 2017, causa C-641/15), in particolare, affronta il tema della comunicazione di emissioni radiotelevisive nelle camere d’albergo e del diritto di autorizzare tale comunicazione da parte delle società di broadcasting.

In via generale, la CGUE, relativamente al diritto degli autori, si è già pronunciata ritenendo che la presenza di apparecchi radiotelevisivi in camere di albergo debba considerarsi comunicazione al pubblico (ovvero messa a disposizione del pubblico di opere protette in maniera tale che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelti individualmente) ai sensi dell’art. 3.1. della Direttiva 2001/29/CE. Ciò comporta in capo agli autori il diritto esclusivo di autorizzare o meno tale comunicazione (CGUE 7 dicembre 2006, causa C-306/05 e CGUE 27 febbraio 2014, causa C-351/12). Il carattere privato delle camere d’albergo, quindi, non osta a che la comunicazione di un’opera ivi effettuata costituisca un atto di comunicazione al pubblico.

Alla stessa conclusione perviene in Giudice europeo in ordine al diritto dei produttori e degli AIE per la radiodiffusione delle opere a cui hanno realizzato. Il gestore di un albergo, il quale effettua un atto di comunicazione al pubblico di un fonogramma nelle camere dei propri clienti, ha l’obbligo di versare l’equa remunerazione di cui agli artt. 8.1 e 8.2 della Direttiva 2006/115/CE (CGUE 15 marzo 2012, causa C-162/10)[1].

Quanto agli organismi di radiodiffusione, interviene la decisione in commento che ha senz’altro confermato il significato di “comunicazione al pubblico” già adottato, come appena visto, per autori, produttori e AIE. Pertanto, una TV in camera di albergo deve considerarsi idonea ad effettuare una comunicazione al pubblico anche ai sensi dell’art. 8.3 della Direttiva 2006/115/CE, disposizione che appunto sancisce il diritto esclusivo in capo agli organismi di radiodiffusione. Ciononostante, non può dirsi che gli organismi abbiano diritto ad alcunché.

Infatti, a differenza del diritto esclusivo degli AIE e dei produttori, previsti rispettivamente ai paragrafi 1 e 2 dell’art. 8 della direttiva 2006/115, il diritto esclusivo degli organismi di radiodiffusione di cui al paragrafo 3 di tale articolo è limitato ai casi in cui un pagamento sia richiesto, in particolare, come corrispettivo della comunicazione al pubblico dell’emissione televisiva. L’utilizzazione, insomma, non è libera solo quando “effettuata in un luogo accessibile al pubblico mediante pagamento di un diritto di ingresso” (art. 8.3).

Si tratta della medesima condizione prevista all’art. 13, lettera d), della Convenzione di Roma (sulla protezione degli artisti interpreti o esecutori, dei produttori di fonogrammi e degli organismi di radiodiffusione Conclusa a Roma il 26 ottobre 1961) che, secondo la guida predisposta dall’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale (OMPI), punti 13.5 e 13.6, va interpretata nel senso che “il fatto di pagare un pranzo o bevande in un ristorante o in un bar in cui siano diffuse emissioni televisive non è considerato un pagamento di un diritto d’ingresso ai sensi della suddetta disposizione” (§§ 23 della sentenza).

In tale prospettiva, il prezzo di una camera d’albergo non è, come il prezzo di un servizio di ristorazione, un diritto d’ingresso specificamente richiesto, in particolare, come corrispettivo di una comunicazione al pubblico di un’emissione televisiva o radiofonica, ma costituisce principalmente il corrispettivo di un servizio di alloggio, cui si aggiungono, a seconda della categoria dell’albergo, determinati servizi supplementari, quali la comunicazione di emissioni radiofoniche mediante apparecchi di ricezione installati nelle camere, che, normalmente, sono indistintamente compresi nel prezzo del pernottamento.

Pertanto, sebbene la distribuzione di un segnale mediante apparecchi televisivi e radiofonici installati nelle camere di un albergo costituisca una prestazione di servizi supplementare avente un’influenza sullo standing dell’albergo e quindi sul prezzo della camera (cfr. le già citate CGUE del 7 dicembre 2006, causa C-306/05 e del 15 marzo 2012, causa C-162/10), non si può considerare che tale prestazione supplementare sia offerta in un luogo accessibile al pubblico mediante il pagamento di un diritto d’ingresso ai sensi dell’articolo 8.3 della Direttiva 2006/115.

Concludendo, la nozione di comunicazione al pubblico è recentemente oggetto di numerose pronunce, considerati i volumi di compensi potenzialmente generati dall’utilizzo di opere dell’ingegno in contesti commerciali (visto anche l’obbligo di rendicontazione analitica disposto dal recente D.Lgs. 35/2017). Non vanno neanche trascurate le circostanze del tutto particolari determinate dall’utilizzo delle tecnologie digitali della società dell’informazione (si veda in particolare come si connota la comunicazione in caso di pubblicazione di link su siti web in questa rivista e di inclusione di link a siti pirata in apparecchi decoder – in questa rivista).

A tutto ciò, si aggiunge l’ulteriore tassello con riguardo alle emittenti radiotelevisive per le quali la comunicazione non rileva ai fini della configurazione del loro diritto di esclusiva laddove essa non sia connessa direttamente al pagamento di un diritto di ingresso nel senso chiarito dalla sentenza in commento.

[1] Si segnala, tuttavia, la differente pronuncia di pari data con riguardo alla diffusione di musica d’ambiente nelle sale d’attesa di uno studio dentistico (CGUE 15 marzo 2012, causa C-135/10) per cui la Corte ha ritenuto che non possa parlarsi di «comunicazione al pubblico» ai sensi dell’art. 8.2 della Direttiva 92/100/CEE (ovvero l’art. 8.2 della Direttiva 2006/115/CE che è versione codificata) quando il pubblico non è numeroso e comunque nuovo rispetto a quello già raggiunto dall’utilizzo in altri contesti. Si tratta di situazioni analoghe, ma evidentemente per i Giudici non del tutto assimilabili differenziandosi per lo scopo lucrativo e per l’estensione del pubblico interessato. Cfr. anche CGUE Grande sezione 31 maggio 2016, causa C-117/15, con nota di M.F. D’Ottavi, Il diritto di comunicazione al pubblico nell’evoluzione della più recente giurisprudenza europea, in Dir. Aut. 2016, fasc. 3, 434-437.

Verwertungsgesellschaft Rundfunk GmbH vs. Hettegger Hotel Edelweiss GmbHm (leggi la sentenza)

Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com

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