Vi dichiaro “operatori qualificati”: un matrimonio che dura

La Suprema Corte torna ad esaminare l’art. 31 del Regolamento Consob n. 11522/1998 e lo fa ponendo l’attenzione non solo sulla portata della norma, ma anche sulla successione dei contratti all’interno di operazioni straordinarie poste in essere dalla società.

Il caso è quello di una società che stipula un contratto derivato, dichiarandosi operatore qualificato, e che in seguito viene fusa per incorporazione in altra società.

Dopo aver esaminato l’art. 2504 bis cod. civ. viene confermato il principio per cui “la fusione per incorporazione […] lungi dal determinare l’estinzione della società incorporata, aveva attuato l’unificazione delle stesse mediante la loro integrazione reciproca, risolvendosi in una vicenda meramente evolutiva/modificativa del medesimo soggetto giuridico che, pur con un assetto organizzativo diverso, ha conservato la propria identità”.

Nel merito, tuttavia, merita risalto e rilievo il ragionamento sviluppato dalla Suprema Corte in merito alla portata della dichiarazione, tenuto conto del fatto che la gradazione di tutela per gli investitori è alla base dell’informativa dovuta dall’intermediario finanziario: “in ambito di intermediazione finanziaria, la distinzione fra operatori qualificati e non si basa sul fatto che gli investitori non possono essere posti tutti sullo stesso piano, dal punto di vista della protezione che l’ordinamento deve loro offrire. Sussistono, invero, differenti esigenze di tutela che dipendono dalle caratteristiche di maggiore o minore competenza ed esperienza dei risparmiatori. Gli operatori attivi sui mercati finanziari non hanno bisogno della stessa protezione di cui necessitano, invece, i soggetti incompetenti ed inesperti. In particolare, l’operatore qualificato conosce i rischi che gli investimenti in strumenti finanziari comportano: non occorre, dunque, una particolare investor education effettuata da parte dell’intermediario nei suoi confronti. La scelta del legislatore di avvalersi di questa distinzione è, quindi, finalizzata a garantire efficienza ai mercati, sotto il duplice aspetto della velocità delle operazioni e della riduzione dei costi. Mediante il riconoscimento della figura dell’operatore qualificato si rende, infatti, più veloce l’operatività finanziaria, senza la necessità di effettuare adempimenti che si rivelerebbero sostanzialmente inutili nei confronti di un soggetto professionale, che è in grado di autotutelarsi. Contemporaneamente, si riducono i costi di compliance normativa. Considerato che l’attività informativa (e, più in generale, il rispetto delle norme di comportamento) da parte degli intermediari finanziari comporta dei costi, se tale attività è sostanzialmente inutile rispetto agli obiettivi da perseguirsi (informazione della controparte a livello microeconomico e buon funzionamento dei mercati finanziari a livello macroeconomico), pare conseguente – per ragioni di economia – non obbligarvi le banche. In altri termini, se è apprezzabile che il regolatore voglia tutelare i piccoli investitori, allo stesso modo il perseguimento di tale obiettivo non deve produrre l’effetto di appesantire eccessivamente l’attività degli intermediari”.

L’effetto che deriva dal riconoscimento della validità della dichiarazione ex art. 31 del Regolamento citato è quindi quello per cui “agli «operatori qualificati» non si applica[va] – oltre alla previsione della forma scritta ex art. 23 del d.lgs. n. 58 del 1998 – buona parte delle norme di comportamento degli intermediari finanziari risultanti dal suddetto regolamento, ed in particolare i suoi artt. 27 (sui conflitti di interessi), 28 (sulle informazioni fra gli intermediari e gli investitori) e 29 (sulle operazioni non adeguate), cioè le tre principali norme di comportamento cui sono tenuti gli intermediari finanziari”.

Cass., Sez. I Civ., 19 febbraio 2018, n. 3962

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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