Il vero filtro del ricorso in Cassazione

Sono le prescrizioni di contenuto e di forma previste dall’art. 366 c.p.c. che, in modo dettagliato ed analitico, di fatto regolano l’accesso al giudizio innanzi alla Corte di Cassazione.

La Corte Suprema di Cassazione, nell’ordinamento giuridico italiano, è giudice di legittimità di ultima istanza nei confronti dei provvedimenti, di natura decisoria e non più impugnabili, emessi dalla magistratura ordinaria; nonché nei confronti delle decisioni anche dei giudici speciali, per motivi attinenti alla giurisdizione o per violazione di legge.

Si tratta di organo unico (che ha sede a Roma) con giurisdizione su tutto il territorio nazionale, ciò costituendo ulteriore garanzia per la sua funzione nomofilattica – ossia assicurare l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione delle norme di diritto.

Tuttavia, è proprio il carattere unico di questo organo speciale, che impone l’esigenza di limitarne l’accesso, onde non oberarne il lavoro.

La terza sezione della stessa Corte con recente ordinanza, ha pertanto chiarito che anche i requisiti di contenuto-forma di cui all’art. 366 c.p.c., che devono presentare i ricorsi, risultano particolarmente analitici, proprio al fine regolare l’accesso alla Corte di Cassazione, organo che almeno di regola ha la “possibilità di scrutinare soltanto censure di diritto e in modo limitato la motivazione in fatto” .

Oggetto di indagine, infatti, sono regolarmente solo gli errori in cui potrebbe essere incorso il giudice nel giudizio di diritto (errores in iudicando), oppure gli errori nell’osservanza delle norme giuridiche che regolano lo svolgimento del processo (errores in procedendo).

Inoltre, solo in modo limitato – a seguito delle modifiche apportate dalla L. 7/08/2012 n. 134 all’art. 360 n. 5) c.p.c. – ulteriore motivo di ricorso potrà essere l’”omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia”.

L’ambito di competenza della Corte, con tali modifiche, subisce una sensibile restrizione, in sede di legittimità, dell’ambito del controllo sulla motivazione di fatto, consentendo di sindacare la ricostruzione del fatto operata dai giudici del merito, soltanto “ove la motivazione al riguardo sia affetta da vizi giuridici, oppure se manchi del tutto, o ancora se sia articolata su espressioni o argomenti tra loro manifestamente ed immediatamente inconciliabili, oppure perplessi, o obiettivamente incomprensibili” (cfr. Cass. civ. Sez. VI – 3, 09-06-2014, n. 12928).

Quanto chiarito dall’ordinanza in esame, spiegherebbe anche perché la sussistenza di tutti tali requisiti sia richiesta a pena di inammissibilità del ricorso.

Cass., Sez. VI – 3 Civ., 06 ottobre 2017, ordinanza n. 23452

Barbara Maltese – b.maltese@lascalaw.com

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