Una vera impossibilità di iniziare la mediazione non esiste (quasi) mai

“In assenza di dichiarazioni sul motivo del rifiuto di proseguire nel procedimento di mediazione, tale rifiuto va considerato non giustificato”.

Questo il principio enunciato dal Tribunale di Roma con la sentenza emessa il 23.02.2017.

Nel caso di specie, nel verbale di mediazione dell’incontro programmatico, le parti dichiaravano congiuntamente di aver tentato di raggiungere un accordo anche in considerazione dell’ordinanza del Giudice, senza alcun esito positivo. In ragione di ciò le parti dichiaravano che non sussistevano i presupposti per proseguire la mediazione, che pertanto si concludeva con esito negativo.

Quante volte è capitato di concludere un procedimento di mediazione verbalizzando nei termini poc’anzi esposti, considerando integrata la condizione di procedibilità?

Eppure il Giudice romano ha ritenuto che le parti non abbiano esperito alcuna mediazione – addirittura neppure la fase introduttiva della stessa – e che, dunque, non sia stata data rituale e piena esecuzione all’ordinanza.

“Predicare che assolto all’incontro informativo, non volenti le parti entrare in mediazione, si debba considerare questa – contro la realtà – egualmente svolta, è un’assurdità logica e giuridica”.

Parte della giurisprudenza – inaugurata dal Tribunale di Firenze -, che si è occupata di tale problema, è unanime nell’affermare che solo la presenza di obiettive circostanze procedurali integra l’impossibilità di procedere alla mediazione, fermandosi all’incontro informativo, non essendo ammissibile nessun’altra accezione della parola “possibilità”.

Invero, secondo tale orientamento, la regola di base espressa dal decreto legislativo n. 28/2010 è l’obbligatorio svolgimento del procedimento di mediazione di cui all’art. 5 commi 1 bis e 2 (come attesta inequivocabilmente il sistema sanzionatorio previsto dalla legge stessa per la mancata partecipazione, oltre che, a fortiori, per la mancata introduzione della domanda di mediazione).

Ne consegue che il rifiuto di procedere e partecipare alla mediazione costituisce la violazione della regola.

Prosegue il Tribunale di Roma affermando che “come per ogni violazione, in qualsiasi sistema (penale e non), è la parte che invoca una giustificazione a doverla quanto meno allegare. Le conseguenze di tale rifiuto – ingiustificato – di procedere e di partecipare alla mediazione sono, se espresso dall’istante/attore, sovrapponibili alla mancanza tout court della (introduzione della domanda di mediazione)”

Sarebbe infatti un’aporia ritenere soddisfatto il precetto della legge in materia di mediazione obbligatoria e demandata, ritenendo che sia sufficiente al fine di integrare la condizione di procedibilità la semplice formale introduzione della domanda”.

In conclusione: “va affermato e ribadito il principio che ove l’istante intenda svolgere effettivamente la mediazione demandata, non fermandosi all’incontro informativo, e ciò a differenza della parte antagonista che non intende procedere, deve dichiararlo e farli verbalizzare dal mediatore, distinguendo in tale modo la sua posizione da quella della parte renitente. In tale caso, il mancato svolgimento della mediazione demandata non comporterà l’improcedibilità della domanda, bensì, ove il diniego della controparte non risulti giustificabile, l’applicazione a acrico di quest’ultima dell’art. 8 d.lg. 28/2010 oltre, ricorrendone i presupposti, dell’art. 96 c. 3 c.p.c.”

In considerazione delle ragioni esposte e, a causa del deficit di diligenza dell’attore, il Tribunale di Roma ha dato atto del mancato svolgimento della mediazione demandata dal Giudice e ha dichiarato improcedibili le domande dell’attore.

Tribunale di Roma, sentenza del 23 febbraio 2017 (leggi la sentenza)

Maria Grazia Sclapari – m.sclapari@lascalaw.com

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