Vent’anni…per essere innocente

Legittima la conservazione ventennale del provvedimento di archiviazione di indagini penali.

Con sentenza n. 21362, lo scorso 29 maggio la Corte di Cassazione ha chiarito quali sono i termini di conservazione dei dati personali da parte della polizia di Stato.

Un soggetto interessato ha convenuto in giudizio il Ministero dell’Interno chiedendo la cancellazione dei suoi dati personali (o loro anonimizzazione) dagli archivi del Centro Elaborazione Dati Interforze istituito presso il Dipartimento della Pubblica Sicurezza. A sostegno della domanda, il ricorrente ha paventato il pregiudizio all’immagine professionale conseguente alla conservazione dei suoi dati nel predetto archivio; pregiudizio ingiustificato poiché dopo l’iniziale sottoposizione ad indagini penali, la posizione fu stralciata essendo stata accertata la sua estraneità ai reati ascrittigli.

Rileva tuttavia la Corte che può essere pretesa la cancellazione di dati nel CED solo se questi siano stati acquisti in modo illegittimo o se siano inesatti. Diversamente, nel caso in cui i dati siano incompleti, come nel caso in cui non si sia provveduto all’annotazione del provvedimento di archiviazione o proscioglimento, può solo essere disposta la loro integrazione.

Detto questo, i dati trattati nell’ambito di operazioni di pulizia giudiziaria sono soggetti ad una conservazione limitata nel tempo, proprio per garantire un bilanciamento tra l’interesse collettivo all’esercizio dei compiti di prevenzione e repressione dei reati e l’interesse individuale alla tutela della propria sfera di riservatezza. Dove cada tale equilibrio lo stabilisce il recente D.P.R. n. 15/2018 del 15 gennaio 2018, («Regolamento a norma dell’articolo 57 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, recante l’individuazione delle modalità di attuazione dei principi del Codice in materia di protezione dei dati personali relativamente al trattamento dei dati effettuato, per le finalità di polizia, da organi, uffici e comandi di polizia») il quale, richiamando il principi già del GDPR di completezza, pertinenza, non eccedenza e aggiornamento dei dati ha, da un lato stabilito rigidi limiti alla diffusione e comunicazione dei dati tra soggetti pubblici anche nei rapporti con organi di polizia e, dall’altro, ha introdotto una articolata regolamentazione dei termini per la loro conservazione ispirata al principio secondo cui i dati «sono conservati per un periodo di tempo non superiore a quello necessario per il conseguimento delle finalità di polizia» (art. 10, comma 1, del citato D.P.R.).

In particolare, l’art. 10, comma 3, lett. f), dispone che per i dati relativi ad attività di polizia giudiziaria conclusa con provvedimento di archiviazione il termine massimo di archiviazione è 20 anni dall’emissione del provvedimento. Poiché nel caso specifico il provvedimento di cui si chiede la cancellazione dal CED è datato 2 aprile 2007, non è ancora decorso il termine prescritto e, correttamente, il Giudice ha respinto la domanda di cancellazione.

Sebbene il ricorso potesse apparire piuttosto fondato quando fu scritto, alla luce della disciplina regolamentare sopravvenuta, lo è molto meno. Seri dubbi di congruità di durata tuttavia permangono in ordine al periodo di conservazione dei dati relativamente ad un provvedimento di archiviazione (peraltro con formula piena) che a chi scrive appare francamente un po’ eccessivo (in tal senso si è espresso anche il Garante nei suoi pareri n. 86 del 2 marzo 2017 e n. 337 del 26 luglio 2017).

Cass. Sez. I Civ., 29 maggio 2018, n. 21362 (leggi la sentenza)

Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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