Il valzer della legittimazione attiva

A chi spetti la legittimazione attiva, nel caso di prosecuzione di una revocatoria ordinaria avviata prima della dichiarazione di fallimento della convenuta, è una questione che è stata a lungo oggetto di pronunce giurisprudenziali poste, addirittura, agli antipodi tra loro.

Finalmente, però, la Suprema Corte si è mossa nel tentativo di fare chiarezza e mettere fine a questo “balletto”; in particolare nell’ordinanza n. 29112/2017 pubblicata il 5 dicembre scorso, ha lungamente motivato la propria decisione così, infine, statuendo: “il sopravvenuto fallimento del debitore non determina l’improcedibilità dell’azione revocatoria ordinaria promossa da un singolo creditore al fine di far dichiarare a sé inopponibile un atto di disposizione compiuto dal debitore sul proprio patrimonio, a meno che il curatore del fallimento non manifesti la volontà di subentrare in detta azione, ovvero risulti aver intrapreso, con riguardo a quel medesimo atto di disposizione, altra analoga azione a norma dell’art. 66 della legge fall.”.

Pertanto la dichiarazione di fallimento del debitore convenuto non comporta, di per sé, l’immediata dichiarazione di improcedibilità della domanda promossa dal singolo creditore che può, invece, essere validamente proseguita qualora il nominato curatore non si sia attivato ai sensi dell’art. 66 L. Fall. e ciò in quanto la legittimazione di quest’ultimo non ha carattere esclusivo.

Infatti nel caso in cui il curatore – nella sua qualità di sostituto processuale della massa dei creditori – decida di non attivarsi, sostanzialmente rinunciando al recupero del bene ceduto ai terzi, il creditore-attore mantiene l’interesse (attuale e concreto) alla declaratoria di inefficacia dell’atto dispositivo di cui chiede la revoca, al fine di potersi, poi, rifare sul bene in via esecutiva.

Al contrario, nel caso di sub ingresso del curatore nel giudizio, volto all’avocazione del bene di cui il debitore si era spogliato, così da consentire la soddisfazione su di esso dell’intera massa creditizia, l’azione singola del creditore-attore diverrebbe del tutto inutile e lo stesso dovrà attendere e sperare di poter fruire di un eventuale riparto in sede fallimentare, nel rispetto della par condicio creditorum.

Cass., Sez. I Civ., 5 Dicembre 2017, n. 29112

Michela Crestani – m.crestani@lascalaw.com

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