Validità dell’opzione put a prezzo fisso

E’ lecito e meritevole di tutela l’accordo negoziale concluso tra i soci di società azionaria, con il quale l’uno, in occasione del finanziamento partecipativo così operato, si obblighi a manlevare l’altro dalle eventuali conseguenze negative del conferimento effettuato in società, mediante l’attribuzione del diritto di vendita (c.d. put) entro un termine dato ed il corrispondente obbligo di acquisto della partecipazione sociale a prezzo predeterminato, pari a quello dell’acquisto, pur con l’aggiunta di interessi sull’importo dovuto e del rimborso dei versamenti operati nelle more in favore della società”.

Questo è il principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione che, con la sentenza 17498 del 4 Luglio 2018, annulla le decisioni assunte dal Tribunale e dalla Corte di Appello di Milano con cui veniva dichiarato nullo un accordo parasociale – siglato nell’ambito dell’organizzazione di una cordata per l’acquisizione di una target – con il quale un socio concedeva all’altro un’opzione put relativa alla partecipazione da questo acquisita, ad un prezzo prestabilito, pari a quello corrisposto per l’acquisto delle azioni della target, maggiorato di interessi ed eventuali versamenti medio tempore effettuati nella target dal socio opzionato.

Poiché tale accordo – ad avviso dei giudici di merito – era idoneo a determinare un’esclusione assoluta e costante del socio dalla partecipazione alle perdite (in quanto al socio opzionato sarebbe comunque stato sempre garantito il rimborso di quanto versato) e lo stesso non risultava diretto a realizzare alcun interesse meritevole di tutela ai sensi dell’art. 1322 Cod. Civ., è stato dichiarato nullo in quanto elusivo del divieto di patto leonino ex art. 2265 cc.

Avverso la sentenza della Corte territoriale ha proposto quindi ricorso la parte soccombente deducendo, tra l’altro, l’inapplicabilità dell’articolo 2265 Cod. Civ. alle “società per azioni”, l’inapplicabilità dello stesso ai patti parasociali e rilevando il mancato riconoscimento della meritevolezza dell’interesse perseguito dall’accordo.

Rispetto alla prima questione, i giudici di legittimità hanno chiarito che ancorchè la norma in esame sia dettata espressamente in tema di società semplici, essa risponde alla necessità di preservare la purezza della causa societatis in generale, da intendersi quale unione di più patrimoni finalizzata alla suddivisione dei risultati dell’impresa economica e alla condivisione di quelli negativi.  Il legislatore, quindi, pur nei differenti schemi formali integrati da ciascun tipo sociale predisposto dalla legge, ha comunque “ammesso un contratto tipo di società, al cui modello causale i soci non possono apportare deroghe idonee a snaturarne la funzione di contratto associativo”.  

Prosegue poi la Suprema Corte precisando che la ratio del divieto del patto leonino assume rilievo verso la società, nel senso che lo stesso non può dirsi integrato laddove vi sia (sulla base di un accordo parasociale) un trasferimento di rischio puramente interno tra soci (o tra soci ed un terzo) che non altera la struttura e la funzione del contratto sociale e che non abbia alcun effetto verso la società. Pertanto, se – come nel caso di specie – la causa societatis del rapporto partecipativo del socio “opzionato” permane invariato nei confronti della società (che continua quindi ad imputare perdite ed utili alle proprie partecipazioni sociali secondolo schema tipico), l’accordo parasociale che contiene l’opzione put non può dirsi elusivo dell’articolo 2265 Cod. Civ.

La Corte chiarisce poi che in ipotesi di contratto con opzione put a prezzo preconcordato, per valutare se tale previsione sia lecita e meritevole di tutela occorre ricostruire la causa concreta del negozio contrattuale: il patto non potrà integrare violazione del divieto di patto leonino e supererà il vaglio di meritevolezza ex art. 1322 Cod. Civ., laddove non solo l’esclusione dalle perdite non sia strutturalmente assoluta e costante, ma la stessa non integri la funzione essenziale o causa concreta dell’accordo.

Partendo da tale assunto, rispetto all’accordo parasociale in questione, i giudici di legittimità hanno rilevato che al pari di quanto avviene, ad esempio, nel caso di pegno di partecipazione sociale (ove il creditore pignoratizio (non socio) ha comunque interesse a votare per la valorizzazione della partecipazione sociale, che diviene “garanzia”, del suo diritto di credito), così anche il finanziatore divenuto socio, con la clausola put ha un sicuro interesse a favorire le buone sorti della società (e, quindi, il suo investimento). “Questo sia perché ha eseguito il conferimento, avendo investito pur sempre nell’intento di moltiplicare il valore del proprio denaro e non soltanto di recuperarlo dopo un dato periodo di tempo, sia soprattutto perché il suo debitore proprio grazie al successo dell’impresa economica potrà, con assai maggiore probabilità, restituire l’importo pattuito, onde quel successo il socio finanziatore sarà portato, per definizione, a propiziare.”

Alla luce di tutto quanto sopra, la Corte Suprema, rilevato che “lo schema causale dell’operazione complessiva, secondo i fatti accertati dal giudice di merito non reca in sé i rischi che sono tradizionalmente ricondotti al divieto di patto leonino (..); e che “la meritevolezza è dimostrata dall’essere il finanziamento partecipativo correlato ad un’operazione strategica di potenzialmente ed incrementativo del valore societario“, ha quindi – di fatto –  accolto il ricorso, cassando per l’effetto la sentenza impugnata.

Cass., Sez. I Civ., 04 Luglio 2018, n. 17498

Giada Salvini – g.salvini@lascalaw.com

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