Contratti bancari e nullità relativa: la Cassazione non convince

Due recenti pronunce hanno posto seri dubbi riguardo al recente revirement della Suprema Corte riguardo alla “nullità relativa”, relativa alla produzione in giudizio da parte della banca della copia del contratto sottoscritta solamente dal cliente.

Come noto, gli arresti giurisprudenziali dell’anno in corso – rivisitando precedenti di legittimità di segno opposto (Cass. Civ., Sez. I, 22-3-2012, n. 4564; Cass. Civ., Sez. VI – 1, Ord., 30-01-2014, n. 2039; Cass. Civ., Sez. I, 2-7-2014, n. 15135 e Cass. Civ., Sez. VI, 7-9-2015, n. 17740) – hanno statuito la nullità del rapporto contrattuale esistente tra banca e cliente, in caso di mancata produzione in giudizio della copia del contratto sottoscritto dal rappresentante della banca (così Cass. Civ., Sez. I, 24-3-2016, n. 5919).

L’articolata decisione assunta per primo dalla Suprema Corte ha visto l’adesione da parte della prima Sezione che, da ultimo, tuttavia, ha comunque ha lasciato aperto il dibattito riconoscendo il fatto che “la predisposizione del contratto ad opera dell’intermediario e la teorica delle c.d. formalità di protezione, cui appartiene quella di cui all’art. 23 d.lgs. n. 58 del 1998, possano indurre ad ulteriori riflessioni sul punto” (Cass. Civ., Sez. I, 19-5-2016, n. 10331).

L’acceso dibattito Giurisprudenziale di merito ha visto posizioni differenti assunte da parte dei diversi Giudici e, soprattutto, è stato auspicato l’intervento delle Sezioni Unite per definire la questione di rilevante interesse (“La deduzione secondo cui i contratti depositati dalla banca sarebbero privi della sua firma appare circostanza errata e priva degli effetti giuridici che gli attori vi vorrebbero ricondurre.  Va in primo luogo dato atto che due non condivisibili sentenze della Cassazione hanno recentemente affermato che i cd. contratti “monofirma” sarebbero nulli per la mancanza della contemporanea presenza sul medesimo modulo della sottoscrizione sia del cliente che dell’istituto di credito (in tal senso Cass. Sez. I 24/03/2016, n. 5919 e Cass. Sez. I 27/04/2016, n. 8395 emessi dal medesimo collegio peraltro in materia di intermediazione finanziaria e contratti quadro così come tutte le altre decisioni citate dagli attori anche emesse da uffici di questo distretto). Tali decisioni della Suprema Corte rappresentano un revirement rispetto al consolidato orientamento della giurisprudenza della Suprema Corte (Cass. Sez. 1 n. 4564 ud. 01/03/2012 confermata da Cass. Sez. 6-1 n. 17740 ud. 16/06/2015) che non appare condivisibile, sicché si attenderà l’intervento delle Sezioni Unite a composizione del contrasto creato dalla prima sezione, perché non tiene conto da un lato del fatto che nessuna norma richiede la sottoscrizione contestuale, né temporale né materiale, poiché l’art. 117 T.U.B. richiede solo che il contratto, con le sue condizioni, siano pattuite per iscritto”, così Tribunale di Padova, 4-8-2016, n. 2396).

In tale contesto si sono inserite due recenti pronunce della Suprema Corte che – pur non affrontando le questioni in punto di diritto dei precedenti del corrente anno – confermano la validità dei rapporti contrattuali in essere tra banca e cliente, anche nel caso di mancanza della firma della prima, in parte contrastando con l’orientamento espresso dallo stesso Collegio.

Secondo la Cassazione (Cass. Civ., Sez. I, 13-9-2016, n. 17943), rigettata l’eccezione di nullità sollevata dai ricorrenti, ha affermato che “Correttamente la Corte d’appello ha osservato che gli stessi attori-appellanti avevano prodotto copia integrale dei contratti da ciascuno di essi sottoscritti, ivi compreso il frontespizio, nei quali si dava atto della ricezione anche di «un esemplare del presente contratto», con conseguente inammissibilità delle prove testimoniali dirette a dimostrare il contrario, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 2722 c.c., tanto più che nessuna norma proibiva il completamento dei moduli contrattuali ad opera dell’intermediario finanziario, neppure essendo stato dedotto e tantomeno dimostrato il riempimento sine o contra pacta”.

La dichiarazione di ricezione della copia del contratto, quindi, conclude il processo formativo dello scambio di proposta /accettazione, dimostrandosi così la volontà negoziale della banca: sul punto, d’altro canto, la Corte di Legittimità aveva, sempre di recente, confermato la decisione di merito impugnata, affermando che “la Corte d’appello, quanto alla doglianza relativa alla inesistenza del contratto per la natura di mera proposta della lettera di mandato, ha rilevato che detto atto costituiva invece contratto, avendo gli stessi appellanti affermato di avere ricevuto una proposta dal promotore finanziario, per cui la sottoscrizione della lettera di mandato costituiva accettazione […] E detta argomentazione supera ogni rilievo degli odierni ricorrenti sulla esistenza del contratto in forma scritta” (così Cass. Civ., Sez. I, 24-8-2016, n. 17290).

Cass., Sez. I, 24 agosto 2016, n. 17290 (leggi la sentenza)

Cass., Sez. I, 13 settembre 2016, n. 17943 (leggi la sentenza)

Paolo Francesco Brunop.bruno@lascalaw.com

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