Dove vai se il format non ce l’hai? Profili di invalidità del contratto Fazio-Rai

Fa molto discutere recentemente il contratto milionario che la Rai ha sottoscritto con Fabio Fazio.

Il testo non è noto, ma sono note le voci di corrispettivo tra cui spicca quella per diritti sul format per oltre 2,8 milioni di Euro da pagarsi alla appositamente neocostituita società di produzione Officina S.r.l., cessionaria dei diritti e posseduta per pari quote da Fazio stesso e da Magnolia S.p.a. (riconducibile tramite Banijay Entertainment SASU a Vivendi SA che a sua volta detiene una partecipazione di circa il 30% in Mediaset S.p.A.).

Ebbene, vien da chiedersi se il format del programma «Che tempo che fa» sia dotato di sufficiente grado di originalità e compiutezza espressiva, sì da accedere alla tutela legale sul diritto d’autore. Si può, in altri termini, pretendere il pagamento per un siffatto format?

Se la risposta è no, il contratto Fazio-Officina-Rai è quantomeno nullo per la parte relativa alla licenza del format con una immediata riduzione di costi per la TV di Stato per almeno 2,8 milioni.

Quando un format è opera dell’ingegno.

Proprio sulla nozione di format televisivo, e quindi sulla validità dei relativi contratti dispositivi dei diritti, si è espressa ad agosto la Corte di Cassazione con la sentenza in commento ricalcando un indirizzo giurisprudenziale nei suoi tratti essenziali immutato da anni.

Secondo i giudici il format di un programma televisivo per accedere alla tutela di opera dell’ingegno,

«richiede una struttura programmatica dotata di un grado minimo di elaborazione creativa, il che postula l’individuazione iniziale almeno degli elementi strutturali di detta vicenda, e quindi della sua ambientazione nel tempo e nello spazio, dei personaggi principali, del loro carattere e del filo conduttore della narrazione, con l’ulteriore conseguenza che in mancanza di tali elementi non è possibile invocare la tutela afferente alle opere dell’ingegno, perché si è in presenza di un’ideazione ancora così vaga e generica da esser paragonabile ad una scatola vuota, priva di qualsiasi utilizzabilità mercantile e carente dei requisiti di creatività ed individualità indispensabili per la configurabilità stessa di un’opera dell’ingegno (Cass. 13 ottobre 2011, n. 21172)».

Non tutti i format sono quindi opere dell’ingegno, ma solo quelli dotati di un minimo di creatività, ovvero provvisti di una struttura esplicativa ripetibile del programma (titolo, canovaccio narrativo, personaggi fissi, apparato scenico) «suscettibile di manifestazione nel mondo esteriore» (§ 2.2 della sentenza); che costituiscono insomma un’espressione oggettiva e originale sufficientemente compiuta, idonea da sola a da dar luogo ad una rappresentazione scenica senza ulteriori elaborazioni sostanziali. Il format, quindi, con deve descrivere solo l’idea sottesa al programma (questo sarebbe il c.d. concept), ma deve essere esso stesso un soggetto o un copione nel quale è indicato nel dettaglio lo sviluppo dell’opera. Non solo personaggi, ma ruoli, tempi, brani, testi, sequenze, ambienti, scaletta, ecc. non senza lasciare spazio a un certo grado di improvvisazione o di incertezza, ma relegando queste ad elementi strutturali e codificati nel format giammai ad essenza stessa del programma.

Alcuni casi concreti.

Le massime giurisprudenziali si affidano inevitabilmente a definizioni vaghe e passibili di interpretazioni più o meno ampie con cui si cerca di afferrare concetti impalpabili come creatività ed espressione soggettiva dell’autore.

Un paio di esempi recenti, ben adattabili al programma di Fazio, possono aiutare a comprendere la portata della tutela del format.

La Sezione Specializzata in materia di imprese del Tribunale di Roma (sent. n. 775/2017) a febbraio di quest’anno si è espressa sul format televisivo «TG della Felicità» respingendo la pretesa di tutela autorale del programma consistente in un telegiornale composto soltanto da buone notizie.

Il giudice capitolino ha innanzi tutto chiarito che:

«con particolare riferimento al format di un programma televisivo – ma i termini della questione possono trasporti anche a quello di un telegiornale, quale quello in esame –, ai fini della sua qualificazione quale opera dell’ingegno è necessario che sia presente una struttura programmatica dotata di un grado minimo di elaborazione creativa e idonea a consentire lo sviluppo della rappresentazione secondo articolazioni sequenziali e tematiche individuate inizialmente, in modo tale da dar vita ad uno spettacolo dalla una struttura esplicativa ripetibile (cfr. Cass. 13 ottobre 2011, n. 21172; Cass. 17 febbraio 2010, n. 3817);

gli elementi qualificanti di tale struttura programmatica devono essere elaborati in modo sufficientemente chiaro e definito, essendosi altrimenti in presenza di un’ideazione vaga e generica, e presentare un livello minimo di creatività ed originalità»

E così ha concluso:

«ciò posto, gli elementi qualificanti della struttura del telegiornale non sembrano presentare il necessario livello minimo di novità, risolvendosi nell’utilizzo di modelli di svolgimento dell’evento già diffusi e privi di un apprezzabile apporto di originalità, sia pure espresso in termini rielaborativi di precedenti esperienze;

«infatti, l’articolazione dell’evento nella trasmissione di notizie liete, alla intervista di gente comune e alla raccolta di auguri e felicitazioni non evidenziano un sufficiente grado di originalità rispetto alla tradizionale struttura dei telegiornali e quindi ai programmi televisivi e radiofonici del medesimo genere, non essendo decisiva, per le ragioni suindicate, la specifica materia presa in esame dal programma».

Un altro esempio, del tutto paragonabile al programma Che tempo che fa, si rinviene nella sentenza della Corte di Cassazione del 2010 (n. 3817 del 17 febbraio 2010) che, accogliendo le statuizioni del merito della Corte di Appello di Firenze, ha condiviso la corretta applicazione del diritto d’autore negando la tutela ad un format ad un programma costituito sostanzialmente dall’improvvisazione e dalla capacità di attore, interprete e protagonista del conduttore, con dialoghi improvvisati con gli spettatori e gli ospiti in studio.

Così si esprimono i giudici:

«Dall’esame dei documenti prodotti da parte attrice in primo grado, i programmi televisivi cui egli aveva dato il titolo, consistevano in meri colloqui tra attore-autore dello spettacolo e pubblico o ospiti su vari argomenti non specificamente individuati, con dialoghi improvvisati, mancando in essi una struttura predefinita, necessaria ad integrare il format come opera dell’ingegno tutelabile ai sensi della L. n. 633 del 1941. Pur non disconoscendo la originalità delle idee, ritenuta sussistente anche nella sentenza di merito, la modestia e pochezza di esse ha comportato la negazione della loro creatività, sia pure soggettiva, perché non si sviluppano in un canovaccio precostituito ma solo in base a quanto verrà chiesto dai terzi o a costoro dal presentatore, in funzione cioè di eventi imprevedibili, con impossibilità di predisporre dialoghi e testi delle trasmissioni, caratterizzate da pochezza dei contenuti».

In sostanza, in assenza di dialoghi redatti e di sceneggiature predisposte dall’autore, il programma non accede alla tutela autorale in quanto non è sufficiente descrivere la trasmissione con un titolo, pur nell’ambito di un concept circoscritto, se lo sviluppo degli eventi da trasmettere è indefinito e i dialoghi improvvisati in base a quanto può accadere in trasmissione tra il conduttore e gli ospiti terzi.

Conclusioni.

Al di là delle tante polemiche sui tetti di spesa in Rai e sull’opportunità di affidare la produzione ad una società riconducibile al conduttore stesso e addirittura prima che fosse costituita (tutte vicende di cui si sta occupando la Corte dei Conti e l’Autorità Nazionale Anticorruzione), il format della trasmissione «Che tempo che fa», per quanto possa essere descritto in dettaglio, temo si risolva in un’esposizione lineare, banale e priva di originalità, in cui lo sviluppo del programma è incerto e rimesso al tema contingente trattato di volta in volta dal conduttore con gli ospiti in studio con improvvisazione di entrambi o, comunque, senza traccia precostituita nel format dei loro dialoghi. Non diverso quindi da qualsiasi altro programma di intrattenimento o di approfondimento politico-culturale di cui sono pieni i palinsesti di tutte le reti radiotelevisive.

Se così, non c’è firma che tenga, e la Rai potrà invocare la nullità relativa del contratto e opporre l’inesistenza dell’oggetto (il format) per interrompere il pagamento del corrispettivo per licenza/cessione dei diritti d’autore.

Ciò detto, mi sia consentito aggiungere che attribuire a tale format un corrispettivo pari a quasi tre milioni pare addirittura uno sproposito.

Cass., Sez. I Civile, 27 luglio 2017, n. 18633 (leggi la sentenza)

Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche

La Edizioni Musicali Acqua Azzurra S.r.l. (AQZ), attuale detentore dei diritti sul repertorio di Luc...

Diritto d'autore

Sull’ammissibilità del sensory copyright. Levola Hengelo B.V. vs. Smilde Foods B.V.; caso Heks...

Diritto d'autore

Viola il diritto d’autore anche chi pubblica un semplice link ad opera protetta. Viola il dirit...

Diritto d'autore