Usura: vietato sommare

Il Tribunale di Roma si è di recente espresso ribadendo nuovamente l’erroneità dell’operazione di sommatoria degli interessi corrispettivi con quelli moratori.

La domanda introduttiva del giudizio, proposta nei confronti di un Istituto di credito e tesa all’accertamento dell’applicazione di interessi usurari in un contratto di mutuo, si fondava infatti sul presupposto della sommatoria dei tassi di interesse pattuiti inter partes.

Il giudice capitolino, pronunciatosi preliminarmente anche sull’inesattezza dell’inclusione degli interessi moratori nelle verifiche usura, ha poi chiarito, prendendo le mosse sia dalla bistrattata sentenza n. 350/13 della Suprema Corte, che dalle successive – e più recenti – ordinanze nn. 5598/17 e 23192/17, che in tali pronunce non vi è alcun avallo della tesi della sommatoria dei tassi di interesse: “La S.C. ha soltanto ribadito l’erroneità della sentenza di merito che fonda il rigetto della domanda in materia di interessi usurari sulla base del solo rilievo che la parte, a tal fine, ha effettuato la sommatoria dei tassi”.

La giurisprudenza di legittimità trascura, in questo orientamento, la diversità ontologica delle due tipologie di interessi: quelli corrispettivi assolvono ad una funzione di remunerazione del capitale prestato, mentre i moratori rappresentano una liquidazione anticipata, presuntiva e forfettaria del danno causato dall’inadempimento o dal ritardato adempimento di un’obbligazione pecuniaria. Ciò comporta l’impossibilità di sommarne gli indici mediante una semplice operazione algebrica, anche in considerazione del fatto che le due figure di interessi si pongono in rapporto di alternatività, posto che non appena si verifica l’inadempimento gli interessi moratori non si cumulano a quelli corrispettivi, ma vi si sostituiscono.

Effettuata una completa analisi del contesto normativo e giurisprudenziale nel quale si innestano le consuete contestazioni in materia di usura, “questo Tribunale, preso atto del citato contrario orientamento della Suprema Corte in materia, non perviene ad una pronuncia di rigetto della domanda sul mero presupposto della sommatoria dei tassi di interesse, ma procede ad una verifica analitica anche in ordine alla eventuale superamento del TSU da parte degli interessi di mora autonomamente considerati.

A tal fine, attesa l’impossibilità di comparare elementi tra di loro disomogenei – da una parte, gli interessi di mora convenzionalmente pattuiti, dall’altra, con il TEGM rilevato sulla media degli interessi corrispettivi praticati dagli intermediari finanziari abilitati – la verifica dell’eventuale usurarietà del tasso di mora va effettuata raffrontandoli con un TSU determinato maggiorando il TEGM di 2,1 punti percentuali rilevati dalla Banca d’Italia nell’ambito dei suoi controlli sulle procedure degli intermediari, aumentato della metà”.

Infine, il giudice ha ritenuto non sussistenti i presupposti di legge per la condanna di parte attrice soccombente al risarcimento del danno per lite temeraria ex art. 96 c.p.c.; tuttavia, al rigetto della totalità delle domande proposte consegue, anche nel caso di specie, la rifusione delle spese di lite in favore della Banca convenuta.

Tribunale di Roma, 2 marzo 2018, n. 4579 (leggi la sentenza)

Andrea Maggioni – a.maggioni@lascalaw.com

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