Usura sopravvenuta: la Corte d’Appello di Milano sulla scia delle Sezioni Unite

La giurisprudenza sta inaugurando il principio enunciato dalle Sezioni Unite della Suprema Corte, nella sentenza n. 24675 del 19 ottobre 2017. La decisione dei giudici di legittimità pare effettivamente porre un argine – come del resto già auspicabile – alle innumerevoli cause promosse in materia di usura.

Il primo arresto a cui lo Studio ha assistito discende dalla Corte d’Appello di Milano, con l’ordinanza n. 4862 del 21/12/17, che ha dichiarato inammissibile, ex art. 348 bis e ter c.p.c., l’impugnazione promossa da una società correntista contro un istituto di credito seguito dallo Studio.

Il menzionato Giudicante ha, preliminarmente, escluso la sussistenza dell’usurarietà originaria avendo la banca dimostrato che il tasso di interesse debitore pattuito ab origine era inferiore al tasso soglia usura. Ha proseguito affermando che l’assunto del superamento del tasso soglia parte dall’errato presupposto desumibile dalla perizia prodotta in primo grado dall’attore secondo cui, ai fini della verifica del superamento del tasso soglia, occorre tener conto anche delle commissioni di massimo scoperto. “Delle commissioni di massimo scoperto, dunque, non si deve tener conto ai fini della verifica del superamento del tasso soglia sino al 31/12/2009 e ciò, vale anche per il periodo transitorio”.

Ha concluso la Corte meneghina “né si può configurare usurarietà sopravvenuta alla luce del principio enunciato dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 24675 del 19/10/2017:Allorchè il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura come determinata in base alle disposizioni della legge n. 108 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto”.

In conclusione, deve ritenersi priva di fondamento la tesi della illiceità della pretesa del pagamento di interessi a un tasso divenuto superiore alla soglia usura solo nel corso del rapporto, ma contenuto nei limiti della soglia alla data della pattuizione”.

La società correntista, che aveva dato corso al giudizio di primo e secondo grado sostenendo che – tenendo conto di tutte le remunerazioni, escluse le imposte e tasse – il tasso pattuito sarebbe risultato usurario, con la conseguenza che la banca convenuta avrebbe dovuto restituire tutti gli interessi sino a quel momento ricevuti, si è vista così dichiarare inammissibile l’appello proposto con condanna alle spese di lite.

Stiamo dunque assistendo ad un adeguamento dei giudici di merito al principio sopra esposto,che ha rivoluzionato la giurisprudenza in tema di usura, delimitando dunque i confini di un tema di grande attualità nell’ambito del contenzioso bancario.

Corte d’Appello di Milano, 21 dicembre 2017, ordinanza n. 4862 (leggi la sentenza)

Maria Grazia Sclapari – m.sclapari@lascalaw.com

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