Un illecito che c’è ed una responsabilità che non sempre esiste

Sul confine di responsabilità dell’intermediario finanziario ed illecito del preposto, nonché sulle questioni censurabili in sede di legittimità, si registrano due recenti pronunce della Suprema Corte che ne fanno il punto della situazione.

Entrambe le pronunce respingono le censure mosse da parte di investitori che, dal canto proprio, si sono visti rigettare l’accertamento di responsabilità dell’intermediario finanziario in relazione a fatti imputati al promotore.

La prima delle due sentenze pone in evidenza il limite della eventuale confessione resa dal dipendente nell’ambito del giudizio civile, dandosi atto del fatto che “la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione del principio che limita il valore legale della confessione giudiziale al solo confidente, relegando al prudente apprezzamento del giudice la valutazione del valore probatorio delle dichiarazioni rese da uno dei litisconsorti nei confronti degli altri. Nel processo con pluralità di parti l’interrogatorio formale non può riguardare fatti che si risolvano a svantaggio dell’altra parte processuale. Pertanto, nell’ipotesi di rapporto processuale scindibile, la non contestazione sarà apprezzata con riferimento alla posizione del soggetto che non rendere l’interrogatorio, mentre nell’ipotesi di rapporto processuale inscindibile il comportamento processuale sarà liberamente valutabile dal giudice, fermo restando l’onere di fornire la prova del fatto che, nel caso di specie, la Corte territoriale ha ritenuto insussistente”.

La prova relativa alle dazioni di danaro, quindi, non trova limiti (o vincoli rispetto) alla confessione resa dal promotore in merito alla appropriazione delle somme.

La seconda pronuncia, invece, pone in luce la questione dei limiti in ordine alla sussistenza della responsabilità ex artt. 31 TUF e 2049 cod. civ., confermando la pronuncia d’appello nella parte in cui “La Corte ha ritenuto carente la prova [degli illeciti, ndr] nei confronti della Banca, evidenziando una serie di elementi che deponevano in tal senso (tra questi: la pacifica nascita del rapporto d’investimento non nell’ambito del rapporto del [promotore finanziario] con la Banca ma in via autonoma tra il [cliente] ed il [promotore finanziario]; la inverosimiglianza dell’assoluta mancanza di ogni controllo e di ogni documentazione da parte del [cliente]; il versamento dì somme a mezzo assegni, dei quali però non sussisteva alcuna traccia)”.

L’onere di dimostrare i fatti illeciti e, inoltre, il nesso di occasionalità necessaria, ricadono ovviamente sull’attore, senza deroga o sconto alcuno: questo secondo la Corte di legittimità.

Cass., Sez. III Civ., 23 marzo 2018, n. 7241

Cass., Sez. III Civ., 23 marzo 2018, n. 7257

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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