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«Un Esm più forte per prevenire le crisi future in Europa»

Cautela nella normalizzazione della politica monetaria, accelerazione nella riforma dell’Eurozona, con il completamento dell’Unione bancaria e il rafforzamento dell’Esm, il fondo anticrisi. Questa la ricetta di Olli Rehn, 56 anni, vicegovernatore della Banca centrale finlandese designato dal Parlamento a guidarla dal luglio prossimo, entrando dunque a far parte anche del Consiglio direttivo della Bce. Un banchiere centrale con un solido background politico, in patria e in Europa: prima commissario all’Allargamento, poi agli Affari economici e monetari, in una fase – i drammatici anni di deflagrazione della crisi, dal 2010 al 2014 – che portò alcuni a identificarlo con il volto dell’austerity. In un’intervista al Sole 24 Ore, Rehn parla delle sfide dell’Europa, un’Europa che a suo dire, a dispetto delle apparenze, è ancora in grado di «costruire ponti» per rafforzare il progetto comunitario.
La Bce riuscirà a rispettare i tempi di uscita dal Qe? E quando lo annuncerà? 
La cosiddetta normalizzazione è una sfida per la Bce. Si tratta non di tornare alla vecchia normalità pre-crisi ma di passare a un “new normal”, dove la stabilità finanziaria è altrettanto importante di altre questioni sul tavolo di una banca centrale. Pazienza e prudenza sono essenziali nel considerare il momento migliore per avviarla.
Cosa rischia l’Europa senza poter più contare sugli strumenti non convenzionali di politica monetaria?
La politica monetaria non può essere l’unica alternativa. Tutte le istituzioni dovrebbero svolgere il proprio ruolo in termini di responsabilità, ma anche cercare di lavorare insieme. Tutti i Paesi membri dovrebbero perciò usare questa congiuntura favorevole per fare le riforme economiche e consolidare costantemente i conti pubblici, creando margine di bilancio per la prossima recessione. Per l’Italia, per esempio, sarebbe bene mantenere l’avanzo primario e il trend di riduzione del debito pubblico.
Un tema molto dibattuto negli ultimi mesi è la riforma dell’Eurozona. Quali sono le priorità?
La principale lezione della crisi è che l’importanza della stabilità finanziaria è stata seriamente sottovalutata quando è nata l’Unione monetaria. Ora però le cose sono migliorate con l’istituzione dell’Unione bancaria. Secondo me dunque la priorità è semplicemente completarla, con i due pilastri mancanti: il backstop fiscale al meccanismo di risoluzione unica delle banche e lo schema di garanzia unica sui depositi (Edis). Sarebbe importante, per la credibilità dell’intero progetto europeo, ottenere risultati concreti al Consiglio Ue di giugno.
L’altra lezione della crisi è che bisogna prevenire gli squilibri macroeconomici eccessivi e migliorare il funzionamento dell’Esm. Il meccanismo di stabilizzazione europeo, insieme alla Bce, è stato di grande aiuto durante la crisi, ma ora sarebbe importante renderlo più solido ed efficace, permettendogli di prendere decisioni sui prestiti e i programmi finanziari; in secondo luogo l’Esm dovrebbe avere uno strumento di credito precauzionale efficace, come la linea di credito flessibile (Fcl) che ha a disposizione l’Fmi e che ha avuto successo nel prevenire le crisi di Messico, Colombia e Polonia.
Quindi l’Esm si dovrebbe trasformare nell’Fme, il Fondo monetario europeo di cui si parla da mesi?
Il nome è solo un nome e conta meno della sostanza. E la riforma sostanziale dell’Esm è migliorare la sua capacità di azione.
Ma l’Esm dovrebbe assumere il controllo sui programmi finanziari dei Paesi che beneficiano del suo sostegno?
Come ex commissario Ue – e convinto europeista – credo che il metodo comunitario nell’azione politica sia ancora un grande vantaggio per l’Unione europea. Ecco perché preferirei mantenere la sorveglianza sulle politiche economiche in mano alla Commissione europea, che ha una profonda conoscenza dell’economia ma anche della società europea. Tuttavia la progettazione di possibili futuri programmi di prestito condizionali potrebbe essere fatta dall’Esm (che ha acquisito esperienza), supportato poi dalla Commissione europea.
Il grande dibattito della riforma è la contrapposizione tra condivisione e riduzione dei rischi. A marzo otto ministri delle Finanze dei Paesi nordici e baltici – tra cui quello finlandese – hanno firmato una lettera in cui criticavano l’eccesso di integrazione. Crede che l’Eurozona rischi di dividersi sempre di più su questo punto?
È importante muoversi in parallelo con la condivisione e la riduzione dei rischi, su cui peraltro alcuni dati recenti, relativi agli Npl, i crediti in sofferenza delle banche, mostrano progressi significativi nell’abbattimento dell’ammontare complessivo. Credo che il governo finlandese abbia deciso di condividere questo comunicato per chiarire il suo punto di vista, insieme con altri Paesi. È pienamente legittimo e comprensibile, tendono a farlo tutti gli Stati membri. Parlando però più in generale, svincolati da questo caso specifico, è importante avvicinarsi alla costruzione europea non solo con linee rosse, ma con l’intento di costruire ponti e cercare una sintesi creativa di differenti approcci politici e filosofie economiche. Nonostante le difficoltà e gli ostacoli politici tra gli Stati, credo che sia importante continuare a cercare un compromesso: così l’Europa continuerà a progredire.

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