Tutela del know how: codice della proprietà industriale e concorrenza sleale

Tribunale di Bologna, Sez. Spec. in materia d’impresa, 27 luglio 2015, n. 2340 (leggi la sentenza)

Il Tribunale di Bologna ha recentemente emanato una sentenza che, nella sostanza, ribadisce i principi già consolidati in giurisprudenza ed in dottrina relativamente alla tutela del know-how industriale. Difatti, questo specifico bene immateriale riceve una duplice tutela: da un lato quella specialistica garantita dal codice della proprietà industriale agli artt. 98 e 99; dall’altro quella generale ex art. 2598 co.3 Cod. Civ. che tutela il know-how sotto il profilo della concorrenza sleale.

In particolare, l’art. 98 stabilisce che le informazioni per essere tutelate debbano soddisfare tre requisiti fondamentali:

–          devono essere segrete (ai sensi dell’art. 98 c.p.i., «nel senso che non siano nel loro insieme o nella precisa configurazione e combinazione dei loro elementi generalmente note o facilmente accessibili agli esperti ed agli operatori del settore»);

–          devono essere suscettibili di avere un valore economico determinato;

–          devono essere tutelate da un sistema adeguato a fare in modo che tali informazioni restino segrete.

Nel caso di specie, le informazioni di parte attrice che essa assumeva come segrete erano state sottratte da una concorrente. Tali informazioni rispettavano soltanto il primo ed il secondo requisito ex art. 98 cpi, ma non il terzo poiché l’attrice non aveva apprestato un sistema di tutela adeguato per far sì che tali informazioni retassero segrete. Di conseguenza, non si poteva applicare la tutela la tutela apprestata dall’art. 99 c.p.i. che vieta l’acquisizione, rivelazione e/o utilizzazione abusiva di informazioni segrete altrui tutelate dall’art. 98 c.p.i..

Nonostante ciò, precisa il Collegio, l’art. 99 CPI «fa salva, in ogni caso, la normativa in materia di concorrenza sleale [ndr, art. 2598 c.c.]», ciò che «consente di ritenere sempre configurabili le fattispecie di concorrenza sleale costituite dall’utilizzazione di notizie riservate o, in genere, dall’utilizzazione di know-how aziendale, a condizione che l’utilizzo avvenga secondo modalità scorrette e che sia potenzialmente foriero di danno concorrenziale, potenziale o attuale». Ciò vale anche nel caso in cui le informazioni riservate non possiedano tutti i requisiti di cui all’art. 98 c.p.i.; quindi anche nel caso, come quello in esame, in cui le informazioni erano sottoposte a misure ritenute non adeguate a mantenerle segrete.

I giudici del Tribunale di Bologna, inoltre, hanno stabilito che «costituisce, dunque, condotta di concorrenza sleale per violazione dei principi della correttezza professionale la condotta, potenzialmente dannosa, volta a carpire notizie riservate, anche non costituenti segreto industriale, relative ai processi produttivi e alle sostanze utilizzate per realizzare un dato prodotto da parte di un’impresa concorrente, senza necessità di accertare la presenza di prodotti simili sul mercato».

Tale interpretazione risulta essere in linea con quanto stabilito anche dai giudici di legittimità consolidando, in questo modo, un orientamento a lungo discusso in giurisprudenza così come in dottrina (cfr. ex plurimis Cass. Civ. Sez. I, 20 gennaio 2014, n. 1100).

11 settembre 2015

Franco Pizzabiocca – f.pizzabiocca@lascalaw.com

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