Il termine disposto dal giudice per avviare la mediazione: un “turista” nel codice di procedura civile

Non è perentorio, in quanto non finalizzato a scandire le attività del processo civile ordinario, il termine di 15 giorni assegnato dal giudice alle parti, a norma dell’art. 5 del D.Lgs. 28/2010, per intraprendere la procedura di mediazione obbligatoria. Trattasi, dunque, di un termine che ha “cittadinanza” e rilievo nel solo ambito della mediazione, non già all’interno del codice di rito. Ne consegue, come ha puntualmente osservato la Corte d’Appello di Milano, con la recente sentenza n. 2515/2017 del 7 giugno 2017, che la domanda giudiziale proposta oltre il suddetto termine va considerata procedibile.

Nel caso in esame, il Collegio milanese è stato chiamato a decidere dalla parte opponente in primo grado, giusta appello della sentenza n. 156/2016 del Tribunale di Monza, cha aveva dichiarato improcedibile l’opposizione a decreto ingiuntivo per mancato esperimento del tentativo di mediazione entro il termine prefissato e confermato, in virtù di ciò, il provvedimento monitorio opposto.

A conforto della procedibilità della domanda di primo grado – argomento di difesa principale dell’atto di appello – ha giocato un ruolo preponderante la corretta esegesi, condivisa dai giudici di seconde cure, della sentenza n. 24629/2015 della Suprema Corte. Al riguardo, infatti, diversamente dal giudicante monzese – che a mente di tale ultimo arresto aveva ritenuto come non instaurato il procedimento di mediazione introdotto oltre il termine di 15 giorni –, la Corte d’Appello ha escluso che il mero ritardo nell’avviare il tentativo di mediazione fosse assimilabile al mancato esperimento della procedura.

Sul punto parte appellante ha affermato che il Tribunale di Monza aveva errato nell’accomunare il deposito tardivo dell’istanza di mediazione al totale difetto del tentativo di mediazione, atteso che il procedimento conciliativo, pur avendo sortito esito negativo, era stato comunque celebrato entro il termine di tre mesi previsto dall’art. 6, comma 1, D.Lgs. 28/2010; in ragione di tanto, la condizione di procedibilità prescritta ex lege doveva ritenersi integrata.

Aderendo alla tesi propugnata dall’appellante, quindi, la Corte ha giudicato inconferente il richiamo del Tribunale monzese alla menzionata sentenza di Cassazione per motivare la declaratoria di improcedibilità dell’opposizione, considerato che tema del contendere, in quella fattispecie, non era l’effetto – ben noto – del mancato tentativo obbligatorio di conciliazione, bensì la ricaduta, sul giudizio di opposizione, del tardivo deposito della domanda di mediazione. A questo proposito, i Magistrati di Milano hanno osservato che l’attivazione del procedimento di mediazione oltre il termine, assegnato dal giudice in sede di opposizione a decreto ingiuntivo, non inficiasse in alcun modo la domanda giudiziale.

Ora, l’iter logico deduttivo seguito dalla Corte d’Appello per rispondere al quesito in rassegna ha condotto, inevitabilmente, alla fissazione del seguente assunto, letteralmente scandito nella pronuncia in analisi: “il termine di quindici giorni non appare corrispondere a un termine processuale cui applicare il disposto di cui all’art. 154 c.p.c.”.

A fondamento di quanto rilevato è valsa, in effetti, la constatazione – resa manifesta dal medesimo collegio giudicante nella sentenza commentata – che “il procedimento di mediazione costituisce una parentesi (giustappunto un’alternativa) del procedimento ordinario e non può ritenersi come un’appendice di quest’ultimo, certamente sottoposto a più rigorose regole endoprocessuali”, tanto che – ha proseguito – “nessuna norma della legge in esame attribuisce allo spirare di quel termine un effetto preclusivo dell’attività di mediazione come, viceversa, affermato dal primo giudice. Lo stesso principio di effettività dei diritti, immanente al diritto di accesso alla giustizia cui si conforma la legge sulla mediazione, imporrebbe di non considerare come penalizzanti termini che la legge non definisce come perentori, e che chiaramente si devono definire come regolatori degli interessi in gioco”.

In chiusa al proprio ragionamento, nell’avvalorare il principio di diritto così espresso, la Corte d’Appello ha rammentato che unico termine perentorio previsto dalla normativa in materia di mediazione è quello, di tre mesi, di cui all’art. 6, comma 1, D.Lgs. 28/2010. Ebbene, solo suddetto termine, riferibile al massimo periodo di sospensione cui il giudizio ordinario soggiace per consentire alle parti il tentativo di conciliazione, non può ritenersi superabile senza incorrere nella sanzione di improcedibilità, tanto in caso di tentativo obbligatorio quanto di procedura demandata dal giudice (cfr. art. 6, comma 2, D.Lgs. cit.).

Corte d’Appello di Milano, 7 giugno 2017, n. 2515 (leggi la sentenza)

Benedetto Losacco – b.losacco@lascalaw.com

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