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Ma il tenore di vita va definitivamente in soffitta

È «l’indipendenza o l’autosufficienza economica» dell’ex coniuge il parametro per stabilire l’assegno di divorzio. Con questo principio, poco più di un anno fa, all’improvviso, la prima sezione civile della Cassazione, ribaltò’ la giurisprudenza applicata da 27 anni, ossia da quando le Sezioni unite della Corte, nel 1990, stabilirono che il presupposto per il diritto a ricevere un assegno fosse da rinvenire nella «inadeguatezza dei mezzi del coniuge a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio». Il 10 maggio 2017, infatti, al Palazzaccio si chiudeva la causa di divorzio che vedeva opposto l’ex ministro Vittorio Grilli alla ex moglie Lisa Lowenstein, con un principio di diritto rivoluzionario, che escludeva il tenore di vita dai criteri di cui tenere conto per l’assegno di mantenimento. Un orientamento, questo, confermato in sentenze di merito e dalla stessa Cassazione con successive pronunce, nelle quali è stata puntualizzata, di volta in volta, la cornice nella quale il giudice poteva muoversi.La Cassazione, con la sentenza di ieri supera definitivamente il parametro del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, ma rileva che con la sentenza Grilli l’assegno è stato «rigidamente» ancorato a «una condizione di mancanza di autonomia economica del tutto svincolata dalla relazione matrimoniale». Questa impostazione, sottolineano i supremi giudici, «omette di considerare che i principi di autodeterminazione e autoresponsabilità hanno orientato non solo la scelta degli ex coniugi di unirsi in matrimonio», ma «hanno determinato il modello di relazione coniugale da realizzare, la definizione dei ruoli, il contributo di ciascun coniuge alla attuazione della rete di diritti e di doveri». Da qui, il principio enunciato per cui, nel diritto all’assegno divorzile, conta il «contributo fornito alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto».

Il caso esaminato dalle sezioni unite riguardava una coppia emiliana, lui imprenditore, lei professionista, sposati dal 1978 e separati consensualmente dal 2007: in primo grado, il tribunale di Reggio Emilia aveva riconosciuto a favore della donna un assegno mensile di 4 mila euro. In appello, invece, i giudici di Bologna avevano negato ogni diritto all’assegno divorzile, applicando l’orientamento della sentenza Grilli, depositata solo due settimane prima, e disponendo l’obbligo per la signora di restituire all’ex marito le quote di assegno percepite dalla sentenza di primo grado. I due si erano sposati molto giovani e venivano da famiglie modeste, era stato ricordato in udienza, e il patrimonio familiare (pari a 7 milioni di euro, diviso a metà con un accordo in sede di separazione, con cui lui aveva tenuto le aziende, mentre lei aveva optato per denaro e beni immobili) era stato tutto costruito durante le nozze. La moglie, inoltre, non aveva sacrificato la sua carriera per la famiglia, continuando a esercitare con successo la sua professione nel corso del matrimonio. Il principio sancito ieri dalla Cassazione, che pone al centro della questione il contributo che l’ex coniuge ha portato nella vita familiare, sarà quindi il fulcro delle prossime decisioni che la Corte dovrà prendere nell’ambito di cause di divorzio tuttora pendenti: una di queste è quella che vede opposti Silvio Berlusconi e l’ex moglie Veronica Lario, la quale, nello scorso gennaio, ha impugnato la sentenza pronunciata a novembre dalla Corte d’appello di Milano che aveva azzerato il maxiassegno riconosciutole in primo grado (1,4 milioni al mese) e disposto la restituzione a Berlusconi di circa 45 milioni di euro, proprio applicando l’orientamento che era stato stabilito dalla sentenza Grilli e oggi rivisto dai giudici della Cassazione.

Francesco Cerisano

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