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Tenore di vita e contributo alla famiglia Così si (ri)calcola l’assegno del divorzio

Breve la vita dell’assegno di mantenimento leggero. A poco più di un anno dal pronunciamento della Cassazione che promuoveva l’assegno light in caso di divorzio, i giudici — stavolta a sezioni unite — confermano: il mantenimento deve evitare disparità fra i coniugi, salvaguardare il tenore di vita della ex e, in generale, tutelare il principio di solidarietà post matrimoniale. Gli esperti parlano di «correttivo» della sentenza Grilli-Lowenstein che, nel 2017, aveva promosso il cosiddetto mantenimento leggero ma non di un vero e proprio contrordine.

Così nel dare ragione a una ex moglie che, dopo 39 anni di matrimonio, aveva presentato ricorso contro il ridotto mantenimento in appello, stabilisce: l’assegno torni a essere uno strumento «assistenziale», che riequilibri squilibri fra lui e lei secondo principi costituzionali.

Non è però, secondo gli esperti, fra cui il presidente dei matrimonialisti Gian Ettore Gassani, una sconfitta tout court del mantenimento leggero: «Dimentichiamo gli assegni a cinque o a sei zeri. La sentenza fa riferimento all’assegno perequativo senza far rientrare davvero in ballo il tenore di vita precedente».

Il semplice criterio dell’autosufficienza però non basta. Un assegno che fosse parametrato solo su questo principio come deciso a maggio 2017, dicono i giudici, sarebbe lesivo del principio di compensazione dell’ex moglie e, in qualche misura, si collocherebbe al di fuori del diritto europeo che tutela «il principio di eguaglianza effettiva tra i coniugi».

È giusto, invece, fissare il compenso per l’ex moglie «senza azzerare l’esperienza della relazione coniugale» nella quale ciascuno dei due, secondo i ruoli, ha contribuito alla formazione di un patrimonio comune. «La conduzione della vita familiare — scrivono i giudici — è frutto di decisioni libere e condivise alle quali si collegano doveri e obblighi che imprimono alle condizioni personali ed economiche dei coniugi un corso irreversibile». A fronte di un capitale comune costruito in anni di vita coniugale pare giusto che la moglie non subisca disparità: «Il principio di solidarietà — dicono i togati — posto alla base del riconoscimento del diritto impone che l’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi e all’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive sia saldamente ancorato alla ripartizione dei ruoli endofamiliari». Non a caso la sociologa Chiara Saraceno parla di sentenza che «tutela la donna che ha rinunciato alla propria carriera per la famiglia».

Nel 2017 i giudici togati si erano pronunciati sul ricorso dell’imprenditrice Lisa Lowenstein contro l’ex marito Vittorio Grilli, ministro nel governo Monti, stabilendo che il criterio da seguire, nel fissare un assegno di mantenimento, non era quello di garantire il tenore di vita fin lì osservato ma l’autosufficienza. Commenta l’avvocato Bruno Sassani che assiste la ricorrente: «Si ripristinano i criteri di determinazione dell’assegno cancellati in nome di una funzione assistenziale. La valutazione del giudice andrà quindi fatta considerando non solo le condizioni individuali del richiedente, ma anche quelle connesse alla preesistente relazione coniugale tenendo conto della durata del matrimonio e dell’eventuale squilibrio nella realizzazione personale». Per Gassani è una sentenza rispettosa «dei coniugi più deboli».

Ilaria Sacchettoni

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