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Svolta sull’assegno di divorzio conta il sacrificio per la famiglia

Dopo un anno di polemiche e di disorientamento nelle cause di divorzio, le Sezioni Unite della Cassazione mettono un punto fermo nello stabilire che il tenore di vita non è l’unico criterio per decidere se un coniuge è tenuto a corrispondere all’altro un assegno di mantenimento. Nella pronuncia definitiva pubblicata ieri le Sezioni Unite, cioè la forma più alta e importante del nostro sistema giudiziario, scrivono infatti: « Ai fini del riconoscimento dell’assegno si deve adottare un criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico- patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all’età dell’avente diritto » . E per la formazione del «criterio composito» si valuta « il contributo fornito alla conduzione della vita familiare» che «costituisce il frutto di decisioni comuni di entrambi i coniugi, libere e responsabili, che possono incidere anche profondamente sul profilo economico patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell’unione matrimoniale ».
La sentenza corregge quanto stabilito il 10 maggio dell’anno scorso a chiusura della causa di divorzio tra l’ex ministro Vittorio Grilli e l’ex moglie Lisa Lowenstein. La prima sezione civile della Cassazione aveva infatti rivoluzionato la giurisprudenza applicata da 27 anni escludendo il tenore di vita dai criteri di cui tenere conto per l’assegno di mantenimento. Furono molte le voci che si levarono contro la decisione della Cassazione, soprattutto dal mondo femminile perché, vista la condizione di disparità che ancora caratterizza le donne in Italia, si sottolineò come un tale orientamento penalizzasse soprattutto le ex mogli che avevano lasciato il lavoro per dedicarsi alla cura dei figli. In pratica, si osservò da più parti, non si prevedeva più una sorta di compensazione per l’impegno nella vita matrimoniale in nome del quale molte donne avevano rinunciato a carriera e aspirazioni professionali. Ci fu anche chi salutò la sentenza sul divorzio Grilli come un argine ai matrimoni lampo, originati dall’intenzione di assicurarsi una rendita a vita, o chi riportò in auge la discussione sui patti prematrimoniali, previsti per esempio negli Stati Uniti, e considerati uno strumento efficace per eliminare i conflitti in caso di divorzio.
La sentenza Grilli ha avuto effetti immediati su molte cause. E nel novembre scorso la corte d’appello di Milano ha tolto a Veronica Lario l’assegno mensile da oltre un milione di euro che Silvio Berlusconi pagava. La discussione in giurisprudenza però si era aperta subito, tanto che il primo presidente di Cassazione, Giovanni Mammone, aveva parlato dell’argomento come questione «di massima importanza e rilevanza » nella relazione per l’anno giudiziario dello scorso gennaio. Ora l’associazione dei matrimonialisti plaude alla sentenza come « un punto fermo, che cambia radicalmente la funzione e la natura dell’assegno di divorzio» e ripristina la giustizia sociale».
Secondo Alberto Simeone, del Comitato Scientifico del portale di diritto di famiglia Il Familiarista, la sentenza riconosce all’assegno di divorzio « una funzione tanto assistenziale quanto compensativa e perequativa » . Il giudice, in pratica, calcolerà quanto dovuto dal coniuge che vanta la migliore situazione economica facendo « un bilancio dell’impegno dato da ciascuno dei coniugi durante la vita matrimoniale, tenendo in considerazione le singole storie familiari, il contribuito dato al ménage della famiglia, l’età dei coniugi e le loro capacità reddituali future».

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