Sulla violazione dell’obbligo di fedeltà da parte del lavoratore

Cass., 17 gennaio 2012, Sez. lav. n. 567

Massima: “In tema di lavoro, la strumentalizzazione per fini personali della posizione di lavoro rivestita dal dipendente costituisce giusta causa di recesso, idonea a incidere sulla persistenza del vincolo fiduciario, una volta accertato che il comportamento del lavoratore si sia risolto nella violazione della posizione di imparzialità che quest’ultimo deve assumere nella gestione degli affari di competenza del datore di lavoro, e tale valutazione, cui si è correttamente ispirata la decisione impugnata, assorbe ogni ulteriore censura, ivi compresa quella svolta con l’ultimo motivo. ” (leggi la sentenza per esteso)

L’art. 2105 cod. civ., rubricato “Obbligo di fedeltà”, stabilisce a carico del lavoratore il divieto di concorrenza ed il divieto di divulgazione o abuso delle notizie attinenti all’organizzazione ed ai metodi di produzione dell’impresa.

La giurisprudenza ha sostenuto che l’obbligo di fedeltà del lavoratore, in virtù dell’art. 2105 cod. civ., consista anche nel dovere di astenersi da comportamenti in contrasto con i doveri connessi all’inserimento del lavoratore nella struttura o nell’organizzazione dell’impresa o che creino situazioni di conflitto con le finalità e gli interessi dell’impresa stessa o che siano idonei a ledere il presupposto fiduciario. Sul punto parte della dottrina ha affermato che siffatti doveri siano riconducibili piuttosto al vincolo fiduciario di cui agli artt. 2094 e 2104 cod. civ..

Ed ancora, l’obbligo di fedeltà del lavoratore è stato giustificato dalla giurisprudenza sulla base del dovere di diligenza ai sensi dell’art. 2104 cod. civ. o sui principi generali in tema di collaborazione, diligenza e correttezza nell’adempimento di cui agli artt. 2094, 1175, 1176 cod. civ.. In taluni casi la Suprema Corte ha addirittura ritenuto quale fondamento dell’obbligo di fedeltà la solidarietà economica e sociale di cui all’art. 2 Cost..

Sono numerosi i contratti collettivi nazionali che prevedono obblighi riconducibili al dovere di fedeltà: in alcuni casi, essi specificano gli obblighi di non fare di cui all’art. 2105 cod. civ., mentre in altri vietano al lavoratore lo svolgimento di attività contrarie all’interesse dell’impresa. Alcune previsioni dei contratti collettivi stabiliscono altresì che il compimento di atti contrari all’interesse dell’impresa costituisca illecito disciplinare.

La violazione dell’obbligo di fedeltà può configurare un inadempimento di gravità tale da legittimare il licenziamento disciplinare: in tali ipotesi sarà ovviamente il giudice a valutare il comportamento del lavoratore tenendo conto anche del ruolo che lo stesso ricopre nell’impresa.

Di recente la Corte di Cassazione si è occupata del licenziamento disciplinare di un lavoratore che aveva richiesto ad una società fornitrice una somma di denaro in suo favore per influire sul pagamento di una fattura della stessa (si trattava quindi di una sorta di “tangente” privata). In relazione a tale vicenda, la Suprema Corte ha statuito che l’interferenza fra l’adempimento dei doveri di servizio e la realizzazione di finalità estranee a quelle dell’esclusivo soddisfacimento dell’interesse dell’organizzazione produttiva costituisce una legittima causa di risoluzione del rapporto di lavoro ove si accerti la violazione della posizione di imparzialità che il lavoratore deve assumere nella gestione degli affari di competenza dell’azienda (cfr. Cass. civ., sez. lav. 17-01-2012, n. 567).

Sul tema in esame si osservi, infine, che non occorre che il datore di lavoro abbia subìto un danno per l’applicazione della sanzione disciplinare. Si badi che nel caso in cui il lavoratore cagioni un danno, sarà gravato anche da una responsabilità risarcitoria ex art. 1218 cod. civ.

(Rosalia Gagliardo – r.gagliardo@lascalaw.com)

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