Successione nel processo: la prova a carico degli eredi

E’ infatti inammissibile il ricorso proposto dagli eredi che non forniscano la prova della propria legittimazione a stare in giudizio, documentando adeguatamente il decesso della parte originaria e la propria qualità di successori.

Nel caso in commento, la Corte d’Appello di Roma aveva ritenuto provato il credito della S.r.l. Società Italiana Ceramiche Arredamenti, discendente dal mancato pagamento di una fornitura di materiale edile e, per tale motivo, aveva condannato il debitore, successivamente defunto.

Gli eredi del debitore proponevano quindi, contro tale decisione, ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 360, comma 1⁰, n. 3 e n. 5 c.p.c.

La società convenuta resisteva in giudizio eccependo l’inammissibilità del ricorso per la mancata prova, da parte dei ricorrenti, sia della morte del debitore sia della loro qualità di chiamati alla sua eredità.

La Suprema Corte, con l’ordinanza n. 22980/17, dichiarava l’inammissibilità del ricorso, così motivando: “Il ricorso, in effetti, non è ammissibile. È, infatti, noto come il soggetto che abbia proposto impugnazione con ricorso per cassazione (ovvero vi abbia resistito proponendo controricorso) nell’asserita qualità di successore, a titolo universale, di colui che era stato parte nel precedente grado di giudizio, deve non soltanto allegare la propria “legitimatio ad causam” per essere subentrato nella medesima posizione del proprio dante causa, ma è altresì tenuto, a pena d’inammissibilità, a fornire la prova, con riscontri documentali la cui mancanza, attenendo alla regolare instaurazione del contraddittorio, è rilevabile d’ufficio – delle circostanze costituenti i presupposti di legittimazione alla successione nel processo ai sensi dell’art. 110 c.p.c. (Cass. n. 22507/2016; conf. Cass. SU n. 4468/2009, in motiv., con riferimento al controricorso): ciò che, nella specie, non è accaduto.”

Il campo di indagine è sostanzialmente circoscritto attorno al concetto della legittimazione ad agire, requisito dell’azione in senso concreto. Con tale pronuncia la Cassazione ha ritenuto inammissibile il ricorso, ritenendo corretta l’eccezione sollevata dalla società controricorrente, sulla base della mancanza della legittimazione attiva. È tra l’altro pacifico, nella giurisprudenza di legittimità, che la carenza della legittimazione ad agire può essere rilevata dal giudice anche d’ufficio.

Cass., Sez. II Civile, 2 ottobre 2017, ordinanza n. 22980

Ottavio Continisio – o.continisio@lascalaw.com

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