Stravolgimento nella più recente giurisprudenza sull’hosting provider

Corte di Appello di Milano, 7 gennaio 2015, n. 29 (leggi la sentenza)

Chiamata a pronunciarsi sull’impugnazione della sentenza di primo grado n. 10893/2011, che aveva visto soccombere Yahoo a fronte della domanda di RTI, la Corte d’appello di Milano ha consegnato una decisione destinata a produrre importanti ripercussioni in materia di responsabilità dell’Internet service provider.

I fatti sono noti: RTI, società del Gruppo Mediaset nella veste di titolare dei diritti d’autore su alcuni contenuti audiovisivi, agiva in giudizio nei confronti di Yahoo per ottenere la rimozione dalla piattaforma gestita da quest’ultima, Yahoo Video (ora non più esistente), di alcuni estratti di programmi televisivi pubblicati dagli utenti senza autorizzazione. Il Tribunale di Milano riteneva Yahoo responsabile dell’illecita diffusione di contenuti, escludendo l’applicabilità nella fattispecie delle esenzioni di responsabilità previste dall’art. 16 del D. Lgs. 70/2003 per l’hosting provider. A giudizio del Tribunale, il regime di limitazione di responsabilità sarebbe appannaggio del provider che agisce in modo passivo (unica figura cui l’art. 16 si riferisce, nell’argomento del giudice di prime cure), non già invece dell’hosting provider attivo che, si rammenta, è una figura frutto di una costruzione giurisprudenziale. Il Tribunale aveva individuato nella posizione di Yahoo un ruolo “attivo”: lo svolgimento cioè di una serie di attività organizzative di contenuti finalizzate ad una maggiore fruibilità da parte degli utenti – una vera e propria attività “editoriale” – al fine di avvalersi dei detti contenuti per finalità lucrative collegate alla pubblicità che il provider proponeva. La Corte d’Appello invece, in una rigida e restrittiva interpretazione della Direttiva 2000/31/UE sul “commercio elettronico” – che prevede una limitatissima responsabilità degli Internet Service Provider – ha completamente ribaltato la prima decisione ritenendo che l’hosting provider debba intervenire sui contenuti e “valutarli” (anche se per proprie finalità di lucro) solo dietro circostanziate e puntuali segnalazioni da parte dei titolari dei diritti che si ritengono violati.

La Corte d’appello, con un ragionamento forse a tratti contorto ma non per questo non condivisibile, giunge a escludere che la maggiore complessità dei servizi offerti dagli hosting provider, conseguenza naturale dell’evoluzione tecnologica, debba necessariamente tradursi in una pretesa “attività” che valga a escludere l’applicazione delle esenzioni di responsabilità pensate per il provider meramente “passivo”. Si tratta di una lettura che merita approvazione nella misura in cui mantiene distinti due piani in realtà diversi: un piano “soggettivo”, che attiene al livello di “intensità” del rapporto che corre tra il prestatore di servizi e il contenuto pubblicato dall’utente, un rapporto che non scalfisce la neutralità del provider fintantoché –precisa la Corte- l’attività non sconfini nella partecipazione all’elaborazione del contenuto stesso; un piano “oggettivo”, che riguarda invece le opportunità tecniche di interazione fra prestatore, utente e terzi e che va tenuto distinto da quello soggettivo.

27 febbraio 2015

Franco Pizzabiocca – f.pizzabiocca@lascalaw.com

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche

1. Il caso Nelle sentenze in commento, i giudici romani si sono espressi sull’applicazione dell...

Information Technology

La Corte di Appello di Milano conferma la condanna a Facebook per aver contraffatto una banca dati d...

Information Technology

Il Consiglio Nazionale del Notariato prende posizione in tema di pagamenti in bitcoin rispondendo al...

Information Technology