Siete qui: Oggi sulla stampa

Stallo sul mercato dei nuovi bond bancari

Le banche italiane non hanno fretta di emettere la nuova categoria di bond senior non preferred, espressamente destinata alla risoluzione nel caso di bail in. Titoli da collocare presso investitori istituzionali (dunque acquirenti consapevoli dei rischi) e previsti dalle norme recentemente aggiornate dalla Ue – e recepite a fine 2017 nell’ordinamento italiano – per contribuire a rimpinguare il cuscinetto del Mrel. Un requisito quest’ultimo – il Minimum Requirement for own funds and Eligible Liabilities – previsto dalla direttiva sul bail in (la Brrd, tuttora in fase di revisione) e che i bilanci delle banche, in termini di passività nello stato patrimoniale, dovranno rispettare a partire dal primo gennaio 2019.
Il problema è che sul livello minimo di questo requisito è in corso il braccio di ferro a livello comunitario, come ha evidenziato l’esito della riunione dell’Ecofin di ieri. La soglia minima dell’8% del totale passività e fondi propri (che consente alla banca finita in bail in di accedere al fondo di risoluzione) indicata nella direttiva Brrd è stata rimessa in discussione. Non solo: l’aspetto più significativo per il sistema bancario, nel quale sono numerosi gli istituti di media e piccola dimensione, è anche la calibrazione del requisito, nel rispetto del principio di proporzionalità in base alle dimensioni. Alla luce di tutto ciò, le banche italiane in linea massima preferiscono attendere la definizione di un quadro normativo chiaro. Eppure alla scadenza del primo gennaio 2019, data il entro la quale ogni banca dovrà aver garantito la presenza di passività adeguate a rispettare il requisito Mrel, mancano solo 9 mesi. Un termine non esattamente lungo quando si tratta di pianificare emissioni obbligazionarie senza il rischio di essere penalizzati dal mercato.
La scelta di attendere, o comunque di non correre sul mercato per collocare senior non preferred bond, può in realtà avere diverse chiavi di lettura per le diverse banche. In linea di massima è un indicatore del fatto che gli istituti sono sicuri di arrivare alla scadenza di gennaio con le carte in regola: questo vuol dire che dopo le tante ricapitalizzazioni fatte nei mesi scorsi gli strumenti a copertura del requisito ci sono (maggiore è la dotazione di capitale, minore la difficoltà di rispettare il target). Questo spiegherebbe perchè gruppi come IntesaSanPaolo e Unicredit abbiano espresso in merito strategie diverse. Unicredit si è già mossa a inizio anno con un’emissione di non preferred per 1,5 miliardi e scadenza a 5 anni. Ma è soltanto l’inizio, perchè il piano industriale prevede complessivamente il lancio di 6 miliardi di bond di questa categoria entro il 2019. Intesa, invece, ha annunciato che non intende ricorrere ai non preferred: proprio lunedì scorso ha lanciato un nuovo bond senior unsecured, con scadenza 10 anni, per 1,25 miliardi.
Va ricordato il fatto che, in attesa che venga definita la soglia minima del Mrel, il Single resolution board ha già provveduto nei mesi scorsi, come previsto dalle norme comunitarie, a dare indicazione a ogni singola banca sulla propria soglia di Mrel da rispettare in base alla situazione patrimoniale. Le regole in via di definizione in Europa, inoltre, prevedono comunque un periodo transitorio per consentire un accostamento graduale al rispetto del requisito. In particolare gli emendamenti proposti dai parlamentari italiani consentono, tra il 2019 e il 2022, la possibilità di includere nel Mrel i bond senior già emessi sul mercato, anche quelli venduti al mercato retail. Salvo poi chiedere, sempre negli emendamenti, la non assoggettabilità al bail in dei titoli posseduti dai risparmiatori.
La gran parte delle emissioni bancarie presenti sul mercato ed emesse prima del 2018 ha una scadenza tra il 2019 e il 2020. Per questo motivo l’aspettativa è che le banche comunque tornino presto sul mercato obbligazionario, a prescindere dallo strumento prescelto. D’altro canto lo scorso anno è stata proprio la Banca d’Italia, nel rapporto di Stabilità finanziaria, a sollecitare le banche italiane «ad aumentare la raccolta all’ingrosso».
Secondo la fotografia scattata a metà 2017 dall’istituto di via Nazionale, nei bilanci delle banche si stavano riducendo gli strumenti potenzialmente soggetti a bail-in in caso di crisi. Questo a fronte del fatto che a fine del 2019 giungeranno a scadenza 194 miliardi di obbligazioni, il 6% del passivo delle banche italiane. Certo è che se tutto questo lavoro per preparare i bilanci delle banche fosse stato fatto prima di far entrare in vigore la direttiva sul bail in per i risparmiatori e le banche italiani i due anni appena trascorsi sarebbero stati decisamente migliori.

Laura Serafini

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche

Mini-voluntary ancora con zone d’ombra dopo il provvedimento attuativo e la circolare 12/E del 201...

Oggi sulla stampa

Buone notizie per gli oltre tre milioni di cittadini europei residenti in Gran Bretagna: ieri il min...

Oggi sulla stampa

Il cartello con il suo nome - «Iain Mattaj - Director» – è già appeso accanto alla porta della...

Oggi sulla stampa