Sommatoria degli interessi corrispettivi e moratori: “tesi semplicemente assurda”

E’ quanto ha stabilito il Tribunale di Monza, con la sentenza n. 896 oggi in commento, pubblicata in data 27.03.2018 resa nell’ambito di un giudizio avente ad oggetto l’azione di accertamento negativo del credito.

Secondo l’argomentazione principale della correntista, la previsione della clausola n. 5 del contratto di mutuo, che autorizza la banca ad applicare gli interessi moratori sull’intero importo delle rate scadute, implicherebbe una sommatoria dei tassi di interesse corrispettivo e moratorio, cosicché il risultato di tale addizione condurrebbe alla previsione pattizia di un tasso usurario.

E’ agevole osservare che secondo le condizioni contrattuali concordate tra le parti, “giammai è prevista la facoltà per la Banca di applicare congiuntamente gli interessi corrispettivi e moratori sulla stessa posta contabile, dal momento che, in caso di inadempimento nel pagamento dei ratei, i secondi si sostituiscono ai primi e non si aggiungono ad essi”.

La commisurazione del tasso di mora al tasso corrispettivo maggiorato di due punti percentuali, inoltre, è una pratica assai diffusa in ambito finanziario, giacchè la stessa Banca d’Italia da oltre un decennio – successivamente ai primi arresti della Corte Suprema sull’argomento – ha condotto una rilevazione statistica ad hoc per il tasso di mora, distinta da quella che conduce alla determinazione del tasso soglia dei corrispettivi, indicando costantemente la misura d 2,1 punti percentuali in aggiunta al Tasso Effettivo Globale Medio del periodo”.

Prosegue il giudice monzese osservando che, in effetti, non esiste alcun nesso di implicazione logica tra l’assoggettamento del tasso di mora alla disciplina dell’usura e la sommatoria dello stesso con gli interessi corrispettivi ai fini della valutazione di superamento del tasso soglia, come sottolineato in alcuni condivisibili approdi giurisprudenziali: “la possibilità/necessità di un tale cumulo non può trarsi da un’erronea interpretazione del dictum della sentenza n. 350/2013 della Corte di Cassazione e, vieppiù, anche ove quest’ultima avesse realmente stabilito un simile principio, sarebbe comunque da disattendere, per quanto autorevole, in virtù della diversità ontologica e funzionale delle due categorie di interessi” (Trib. Roma, 16.09.14, Trib. di Napoli, 28.10.2014 e ancora Trib. di Milano n. 10450 del 21.09.16 che giunge a definire temeraria la pretesa di sommatoria dei tassi, con applicazione delle sanzioni ex art. 96 c.p.c.).

Il giudice ha concluso, ribadendo che la giurisprudenza di legittimità ha da tempo chiarito che la disciplina di cui all’art. 1815 c.c. in tema di usura è applicabile anche agli interessi moratori (Cass. Civ. n. 5324/2003 e più di recente Cass. 350/2013), mentre appare minoritaria la tesi che tuttora – negando che gli interessi moratori possano essere sottoposti al regime del tasso soglia – invoca la disciplina dell’art. 1384 c.c. per ridurre ad equità gli interessi moratori manifestamente eccessivi, assimilandoli ad una penale.

Prendendo le mosse da tali assunti il Tribunale ha, dunque, accertato la legittimità delle clausole contrattuali in punto di interessi pattuiti dalle parti nell’ambito del rapporto di finanziamento per cui è causa e, avendo rigettato tutte le domande svolte dalla società attrice, ha condannato quest’ultima alla rifusione delle spese di lite in favore della Banca convenuta.

Tribunale di Monza, 27 marzo 2018, n. 896 (leggi la sentenza)

Maria Grazia Sclapari – m.sclapari@lascalaw.com

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