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«Se si farà una Brexit senza accordo sarà un disastro per tutti gli europei»

Greg Clark, 50 anni, ha un compito che lo obbliga a mettere da parte le proprie opinioni, senza dimenticarle del tutto. Nel partito conservatore britannico è una delle figure più autorevoli del «Remain», il fronte che sarebbe voluto restare nell’Unione Europea. Come ministro dell’Industria e del Commercio di Londra ha però un ruolo decisivo nel preparare ciò che non voleva, la Brexit. Cerca di farlo senza tagliare i ponti con il resto d’Europa. Ieri era a Roma per presentare il Libro bianco con il quale il governo di Theresa May ha avanzato la prima proposta concreta per un’uscita che non alzi una barriera doganale, fisica, fra la Ue e il Regno Unito. L’alternativa a un accordo di quel tipo, avverte Clark, è una rottura brusca nel marzo prossimo che diventerebbe un trauma per tutti. Per la Gran Bretagna in primo luogo, ma anche per Paesi che esportano molto Oltremanica. Per l’Italia, è in gioco un mercato da oltre 20 miliardi di euro l’anno.

Per la prima volta dal referendum, con il Libro bianco è arrivata da Londra una proposta che non è stata subito respinta da Bruxelles. Come se lo spiega?

«È stato una mossa notevole da parte del governo. Non è un caso che due ministri e vari segretari di Stato si sono dimessi, perché non riuscivano a sostenere quelle idee. Questo dà l’idea di quanto sia stato coraggioso, oltre che serio, quel passo avanti. Credo che così sia stato capito in Europa».

Qual è il prossimo passaggio?

«Ora dobbiamo urgentemente entrare nelle discussioni di sostanza per riuscire a completare l’accordo sul withdrawal, il ritiro dall’Unione Europea. All’80% è già comunque concordato, ma bisogna riuscire a chiudere l’accordo entro l’autunno per dare ai parlamenti il tempo di pronunciarsi. I tempi sono importanti. In base all’articolo 50 del Trattato Ue ormai è solo questione di mesi prima della Brexit, che parte dal 29 marzo. Se non ci fosse un accordo ci sarebbero conseguenze negative enormi per la Gran Bretagna, ma anche per ogni altro Stato dell’Unione».

Il Libro bianco propone il vostro pieno accesso al mercato europeo per i beni agricoli e manifatturieri ma non per i servizi, inclusi quelli finanziari. Vi conviene, avendo un’economia basata all’80% sui servizi?

«L’attenzione sui beni è necessaria per evitare frizioni ai confini. Soprattutto, per completare l’accordo dobbiamo trovare una soluzione al problema della frontiera fra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. Va evitato un ritorno allo hard border, l’infrastruttura fisica per i controlli doganali lungo il confine attraverso l’isola. Avere una frontiera aperta fa parte degli accordi di pacifica convivenza definiti fra le due comunità dell’Irlanda del Nord nel 1997 ed è fondamentare mantenerla».

Un’altra proposta è mantenere il confine irlandese aperto a tutela di tutti gli abitanti dell’isola anche in caso di mancanza di accordo con la Ue sull’uscita. Che ne pensa?

«Non può funzionare, perché implicherebbe creare una frontiera doganale fra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito. Dividerebbe in due il nostro Paese».

Theresa May, la premier, ormai è in grado di trovare un accordo con la Ue entro l’anno. Ma cosa succede se il parlamento di Londra lo boccia?

«Be’, il Libro bianco è un’offerta molto costruttiva. Riconosciamo che esistono delle limitazioni nel non essere parte della Ue e le accettiamo. L’alternativa di arrivare a fine marzo e non avere un accordo sarebbe enormemente dannosa. Creerebbe disoccupazione in Gran Bretagna e in tutti i Paesi con i quali commerciamo. Quindi sono convinto che se c’è un buon accordo che eviti questo scenario, il Parlamento lo sosterrà. Tutti, a Londra e in Europa, capiranno l’importanza».

Vede una strada che possa portare a un «secondo voto», come eufemisticamente viene definito un altro referendum sulla Brexit?

«No».

Completamente escluso?

«Sì, per due ragioni. Nel referendum nel 2016 entrambe le parti stato state molto chiare: il risultato sarebbe stato applicato dal governo. Inoltre un anno fa abbiamo avuto elezioni politiche che hanno prodotto una vasta maggioranza a favore della Brexit».

In tempi recenti ogni anno decine di migliaia di italiani sono emigrati in Gran Bretagna. Dopo il Paese sarà ancora aperto per altri italiani?

«Sono davvero i benvenuti. Gli italiani che vivono e lavorano da noi portano un contributo enorme al nostro Paese, sono componenti di grande valore della nostra società. L’accordo che proponiamo per il ritiro dalla Ue dà una forte protezione agli italiani in Gran Bretagna, al quale corrisponderebbe pari protezione per i britannici in Italia. Ecco una ragione fondamentale per cui raggiungere un accordo al più presto è importante per tutti».

Federico Fubini

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