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Seul vuole vietare i bitcoin e la quotazione crolla del 19%

La Corea del Sud la pensa come Warren Buffett: prima o poi con il bitcoin qualcuno si farà molto male. Con una differenza sostanziale: quello del finanziere americano è un parere tra i tanti, per quanto autorevole, mentre l’intervento del governo di Seul potrebbe trasformarsi in un “atto coercitivo” per limitare la diffusione della moneta virtuale.
Ecco spiegato perché il bitcoin ieri è arrivato a perdere fino al 19 per cento del suo valore in pochi minuti sulle piattaforme di scambio coreane, non appena sono state rilanciate le dichiarazioni del ministro della Giustizia Park Sang-ki: «Il trading di valute digitali è simile alla speculazione e al gioco d’azzardo. Se scoppiasse la bolla avrebbe effetti devastanti per i cittadini » . Tutto questo per anticipare che il governo coreano « sta preparando una legge per vietare in modo efficace tutte le transazioni in valuta virtuale».
Appassionati di tecnologia, i giovani coreani sono tra i maggiori possessori al mondo di bitcoin e dal Paese asiatico passa il 20% delle transazioni totali. È come se il peso della Corea del sud sul commercio globale fosse dieci volte superiore a quello effettivo. Ma arginare il fenomeno non è così semplice, soprattutto se non si considera l’effetto moltiplicatore delle tecnologie stesse: in poche ore, il sito del ministero è stato subissato di petizioni con migliaia di firme raccolte in rete, al punto che un portavoce del ministro si è affrettato a precisare che è solo una possibile misura «non ancora finalizzata».
Ma che ci sia una offensiva contro il bitcoin e che arrivi dall’Asia ormai appare evidente. L’intervento di Seul fa seguito alle pressioni delle Cina: Pechino vuole ridurre le attività di “ estrazione” del bitcoin, il procedimento con cui utenti definiti “minatori” mettono a disposizione i loro computer per le operazioni di calcolo necessarie per garantire la stabilità del sistema e approvare gli scambi. Peccato che quando il fenomeno era limitato a pochi iniziati bastava anche il pc di casa, ora occorrono super computer, server giganti e capannoni dove ospitarli. E dove si consumano quantità spropositate di energia elettrica, necessaria per alimentare ventole e impianti che impediscano il surriscaldamento. Molti di questi capannoni hanno trovato vantaggioso aprire i battenti nelle province cinesi dove l’energia si paga poco come forma di sostegno all’economia. In via ufficiale, Pechino è intervenuta per limitare i consumi di energia, costringendo i “ minatori” a trasferirsi altrove, in Giappone per esempio.
In realtà, lo scopo è un altro. Come spiega Christian Miccoli, già ad di Ing Direct e di CheBanca!, fondatore di Conio, la prima piattaforma italiana per lo scambio di bitcoin: «I Paesi asiatici hanno una mentalità autoritaria: anche governi eletti in via democratica come la Corea vogliono intervenire in modo diretto sull’economia. Ma non credo che sia questo il modo in cui fermare lo sviluppo del bitcoin. Nel 2018 ci aspettiamo che ci sia un’ulteriore diffusione della moneta non appena sarà possibile utilizzarla anche per micropagamenti in tempi rapidi. In questo modo, non sarà più vista solo come un investimento finanziario alternativo».
Nell’attesa di una maggiore stabilità, le quotazioni “ ballano”: dopo la corsa del 2017, il bitcoin ha perso il 29% dai massimi del 18 dicembre e il 7% nell’ultima settimana, mentre soltanto ieri il future alla Borsa dei derivati di Chicago è sceso del 5%. Inconvenienti di gioventù.

Luca Pagni

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