Sequestro della somma equivalente al profitto del reato a carico di S.r.l.: è validamente disposto anche se la percezione del profitto è avvenuta prima all’entrata in vigore del D.Lgs. 231/01

La Suprema Corte, con un’interessante sentenza depositata lo scorso mese di aprile (leggi la sentenza per esteso), ha stabilito che il sequestro preventivo funzionale alla confisca ex artt. 19 e 53 del D.lgs. 231/01 (“Decreto”), avente ad oggetto il profitto conseguito da una s.r.l. (“Società”) a seguito di reato di corruzione in atti giudiziari, commesso dall’amministratore nell’interesse della Società, è validamente disposto  anche se la percezione della somma equivalente al profitto e oggetto di sequestro sia avvenuta precedentemente all’entrata in vigore del Decreto.

La vicenda da cui trae origine il procedimento contro la Società  riguarda l’aggiudicazione, avvenuta nel 1997 nell’ambito di una procedura di concordato preventivo, di un immobile ad un prezzo notevolmente inferiore rispetto  al valore dello stesso in dipendenza di accordo corruttivo intervenuto  tra l’amministratore della Società e il giudice delegato, in forza del quale – a fronte del minor prezzo dell’immobile – furono poi corrisposti compensi a titolo di consulenza professionale da parte della Società alla convivente del giudice delegato.
Il profitto derivante dal reato e oggetto di sequestro è stato commisurato alla differenza tra quanto effettivamente corrisposto dall’amministratore della Società e il valore attribuito all’immobile acquisito sulla base della stima del consulente tecnico, nominato dallo stesso giudice delegato, differenza ammontante a circa 4.400,00 euro.

Nel ricorso per cassazione proposto contro l’ordinanza con cui il Tribunale di Genova, in sede di riesame, ha confermato il sequestro a carico della Società per il suddetto importo, la difesa ha sostenuto che – come riportato in sentenza – la confisca del profitto del reato ex art. 19 del Decreto, avente natura sanzionatoria, non può  applicarsi a fatti commessi prima dell’entrata in vigore del medesimo: il principio di legalità sancito dall'articolo 2 del Decreto – nonché dagli artt. 1 c.p. e 25 Cost.- impone che la sanzione punitiva della confisca del profitto del reato possa intervenire soltanto quando il profitto si è realizzato ed è stato conseguito in data successiva all’entrata in vigore del D.lgs 231/2001.

Nella specie sarebbero assenti dunque i presupposti per poter disporre il sequestro preventivo, in quanto  il profitto della società si è realizzato al momento dell’aggiudicazione dell’immobile – avvenuta con decreto di trasferimento del 16.7.1997  o al più tardi alla data del 3.8.1999, in cui è stato corrisposto il saldo del prezzo di acquisto – sempre comunque in epoca precedente all’entrata in vigore della normativa di cui trattasi .
I giudici della S.C. hanno ritenuto non condivisibile la tesi difensiva sopra illustrata, partendo dall’analisi del principio di legalità sancito nell’art. 2 del Decreto. Tale principio  subordina l’applicazione delle misure sanzionatorie a un’espressa previsione legislativa riferita alle condotte costituenti il reato (da cui deriva la responsabilità amministrativa dell’ente), entrata in vigore prima della commissione del fatto. Per “fatto”, chiarisce la Corte, deve intendersi ciò che costituisce il reato, ossia il momento consumativo del medesimo, mentre del tutto irrilevante è il momento di realizzazione del profitto.

Nella specie, prosegue la Corte, il reato di corruzione si è consumato successivamente all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 231/01 e precisamente nell’anno 2003, allorquando sono stati corrisposti alla convivente del giudice delegato gli ultimi compensi per  la consulenza. In conformità a un ormai pacifico orientamento giurisprudenziale della S.C., il momento consumativo del reato di corruzione è quello dell’effettiva dazione dell’utilità oggetto dell’accordo corruttivo.

Osserva ancora la Corte che se si seguisse la tesi sostenuta dalla difesa, che sposta  la confiscabilità del profitto dal momento consumativo del reato al momento della percezione dello stesso, si avrebbe il paradossale effetto di poter applicare alla Società le sanzioni pecuniarie e interdittive previste dal Decreto, ma non quella della confisca di cui all’art. 9 dello stesso.

Il precedente giurisprudenziale richiamato dalla difesa (Cass. n. 316/2007) a supporto della tesi della non applicabilità della confisca per equivalente in relazione a somme di denaro percepite anteriormente all’entrata in vigore del Decreto, riguarda in realtà una fattispecie molto diversa da quella esaminata, poiché è riferita al reato di truffa aggravata ai danni dello Stato, reato a consumazione prolungata: correttamente singole percezioni di somme costituenti distinte condotte, avvenute prima che entrasse in vigore il Decreto, sono state ritenute non confiscabili.

Anche il secondo motivo del ricorso della Società, che sosteneva la necessità – prima del sequestro preventivo ex art.53 del Decreto, di un’indagine volta a verificare la probabilità di dispersione del prezzo o profitto del reato, è stato ritenuto infondato dalla Cassazione: nel sequestro funzionale alla confisca il periculum è da ricollegarsi alla sola confiscabilità del bene e non alla pericolosità sociale dell’agente.
Il ricorso è stato dunque rigettato e la Società condannata al pagamento delle spese processuali.

(Diana Strazzulli – d.strazzulli@lascalaw.com)

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