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Scampato pericolo per Wall Street ma nel sistema si scoprono le falle

Con un balzo all’insù che a tratti ha raggiunto i 500 punti nella giornata di ieri, l’indice Dow Jones ha dato due messaggi. Il primo, è “ scampato pericolo”. Il secondo è la conferma di un ritorno della volatilità, con fluttuazioni vistose all’insù oppure – la scorsa settimana – al ribasso. L’uno e l’altro messaggio possono essere contraddetti alla prossima seduta, ma intanto hanno dato il la al resto del mondo. Anche le Borse asiatiche ed europee ieri si sono riprese vigorosamente. Restano sullo sfondo tutti i timori di tipo macroeconomico o finanziario: sul ritorno dell’inflazione americana, sulla curva di rialzi dei tassi della Federal Reserve, sul deficit federale galoppante dell’èra Trump. Soprattutto i mercati stanno cercando di aggiustarsi ad una situazione in cui verrà meno la droga della moneta facile che dura dal 2009 ed ha alterato profondamente le scelte degli investitori. A tutto questo si aggiunge poi l’elemento tecnico: le cadute pesanti della settimana precedente erano state provocate da algoritmi automatici, nonché dai massicci investimenti legati ai futures sull’indice della volatilità. Con un paradosso, la fiducia eccessiva sulla calma dei mercati, ha creato le premesse per i violenti scossoni che hanno turbato quella calma. Via via che le analisi si fanno più precise, gli eventi della scorsa settimana sembrano legati a doppio filo con quei fondi Etf che sono indicizzati automaticamente sull’indice Vix che misura la volatilità cioè l’ampiezza delle fluttuazioni di Borsa. Per troppo tempo le scommesse erano andate a senso unico, creando facili guadagni per chi aveva scoperto quel nuovo “ giocattolo” della finanza. Finché è andato tutto a rovescio, con il ritorno improvviso dell’instabilità. È per questa ragione che l’analista Greg Ip del Wall Street Journal traccia una distinzione: la Borsa di questo febbraio 2018 non va confusa con quella del 2007, semmai i paragoni giusti vanno fatti con i crac del 1987 e del 1998. Questi ultimi furono eventi praticamente circoscritti alla sfera finanziaria, con poche ricadute sull’economia reale. Nel 1987, un crollo di Wall Street fu provocato dal dollaro debole, dall’inflazione crescente, dai tassi in aumento sui bond, con una Federal Reserve dove Alan Greenspan aveva assunto il timone da poco. L’elemento tecnico scatenante fu il metodo d’investimento allora chiamato “ assicurazione dei portafogli” e legato alle prime metodologie di ordini automatici con uso dell’informatica. Nel 1998 una scintilla fu il default sovrano della Russia, ma l’impatto decisivo venne dalla bancarotta di un grosso hedge fund, Ltcm. E anche lì l’informatica ebbe la sua parte. Né l’uno né l’altro di quei crac scatenarono delle recessioni, dunque le perdite degli investitori rimasero confinate nella sfera finanziaria. Ben diverso fu il caso del 2007 quando il default dei mutui sub- prime ( e dei Credit default swaps che dovevano assicurare proprio contro quelle perdite) segnalava un disastroso assestamento del mercato immobiliare americano; e a sua volta coi fallimenti di alcune banche provocò un crac sistemico, con la più grave crisi economica dopo la Depressione degli anni Trenta. La saggezza convenzionale, dopo una seduta come quella di ieri, è allineata con l’analisi del Wall Street Journal: abbiamo avuto giornate di paura legate ad alcune scosse di assestamento, ma non è in vista una crisi sistemica né tantomeno una recessione. Resta il sospetto che ancora una volta le regole ed i controlli sui mercati abbiano fatto cilecca, rivelando lacune e manchevolezze che potrebbero ripetersi. Un aneddoto di colore interessante viene da Pechino: dove la rabbia dei risparmiatori cinesi per le perdite subite in alcune sedute della scorsa settimana, si è sfogata con invettive sui social media dell’ambasciata americana.

Federico Rampini

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