I.S.C.: ma quale nullità?

La eventuale difformità tra ISC indicato in contratto e ISC effettivamente applicato non comporta la nullità della pattuizione contrattuale, laddove i tassi siano espressamente pattuiti per iscritto.

Così ha recentemente stabilito il Tribunale romano, all’esito di un giudizio che ha visto coinvolto un istituto di credito assistito dallo Studio.

Parte attrice lamentava che la banca avrebbe indicato nel contratto di mutuo un indicatore sintetico di costo diverso da quello concretamente applicato e, di conseguenza, chiedeva venisse dichiarata la nullità della clausola relativa alla misura dei tassi, con rideterminazione degli interessi ai sensi dell’art. 117 T.U.B.

L’ordinanza emessa a conclusione del giudizio promosso ex art. 702 ter c.p.c., che ha rigettato integralmente le domande di parte attrice, ha il pregio di ripercorrere articolatamente la natura dell’I.S.C. e la normativa che lo disciplina, illustrando altresì gli orientamenti attuali della giurisprudenza in materia.

In particolare, il Giudice ha evidenziato come l’art. 125 bis T.U.B. abbia inteso comminare la nullità del contratto o delle singole clausole nei soli casi di non corretta indicazione del TAEG, ma non anche nei casi di violazione dell’ISC, “la cui non corretta indicazione può integrare, al più, una violazione della normativa in tema di trasparenza e quindi dare luogo ad una violazione del criterio di buona fede nella predisposizione e nell’esecuzione del contratto”. Inoltre, prosegue il magistrato, “Né, come voluto dalla ricorrente, possono applicarsi le previsioni di cui all’art. 117 TUB, comma 4 e comma 7”.

Infatti, essendo l’ISC un mero indicatore del costo complessivo del contratto, a valenza informativa ai fini di trasparenza contrattuale, “ha semmai valenza di regola di comportamento (…). Tali conclusioni sono avvalorate dalla stessa disciplina della Banca d’Italia che – sia nella originaria circolare del 2003, sia in quella del 2009 e successive modifiche – regola l’ISC nell’ambito delle rispettive II Sezioni decidate appunto alla pubblicità e informazione contrattuale, con totale pretermissione di ogni riferimento ad esso nell’apposita Sezione III, disciplinante i requisiti di forma e di contenuto minimo dei contratti. (…) E tale conclusione è ulteriormente confermata dalla disciplina, certamente non innovativa, del 2009, in forza della quale l’indicazione del TAEG / ISC è prevista unicamente nel foglio informativo e nel documenti di sintesi e non nel contratto (…) ciò che, unitamente a quanto in premessa, destituisce di ogni valenza interpretativa contraria la circostanza che la disciplina del 2003 imponesse l’indicazione dell’ISC anche nel contratto”.

Per tali motivi, il G.U. ha dichiarato di condividere l’orientamento giurisprudenziale, secondo il quale – in caso di omissione ovvero di errata indicazione dell’ISC – non può configurarsi alcuna nullità del contratto, trattandosi di uno strumento di carattere informativo e non di un requisito tassativo. Pertanto, qualora nel negozio giuridico siano riportati i tassi di interesse e gli oneri economici che consentono al cliente di determinare l’ISC e, dunque, di individuare il costo complessivo dell’operazione di finanziamento, non è possibile parlare di contratto o di clausole nulle.

Tribunale di Roma, ordinanza del 23 luglio 2018

Simona Daminelli – s.daminelli@lascalaw.com

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