Chi risponde dell’illecito del promotore finanziario?

Recentemente la Suprema Corte è tornata ad esaminare i presupposti della condanna dell’intermediario finanziario in relazione ad illeciti compiuti da parte del promotore finanziario, vagliando un caso assai articolato, che interessava peraltro la responsabilità della banca depositaria.

La Corte d’appello di Roma ha accolto gli appelli, principale ed incidentale, proposti da diversi investitori avverso la sentenza del Tribunale di Roma e, per l’effetto, ha condannato un promotore finanziario, nonché la banca e la società di intermediazione mobiliare – in qualità rispettivamente di istituto di credito col quale erano intrattenuti i rapporti contrattuali (di deposito titoli e di conto corrente) e di società intermediaria preponente – tutti in solido tra loro, al risarcimento del danno, da liquidarsi in separata sede.

Banca e società hanno censurato sotto diversi profili la sentenza resa dal Collegio di appello, deducendo tra l’altro la sussistenza di una interruzione del nesso causale tra la condotta inadempiente imputata al promotore e la responsabilità prevista dall’art. 2049 cod. civ., nonché l’insussistenza del nesso di occasionalità tra il promotore della società di intermediazione mobiliare e la banca, estranea ai fatti.

Secondo la Corte di merito, il rapporto di fiducia instaurato dagli investitori col promotore finanziario non aveva fatto venire meno il nesso di occasionalità necessaria tra l’incarico conferito dalla preponente e gli illeciti commessi dal promotore e, quindi, trovavano applicazione sia l’art. 23, comma sesto, TUF e l’art. 13, comma decimo, della legge n. 1/1991, che l’art. 31 TUF e l’art. 5 della legge n. 1/1991, a seconda rispettivamente dei periodi presi in considerazione.

Il Collegio di legittimità conferma che il nesso causale non può dirsi interrotto dalla presenza di un rapporto di fiducia, in assenza di condotte anomale da parte degli investitori, escludendo che la mancata contestazione delle operazioni potesse considerarsi tale.

La responsabilità della banca, poi, viene ritenuta sussistente per il sol fatto che – pur non esistendo rapporto di subordinazione – questa si è avvalsa dell’operato del promotore ed, a sua volta, quest’ultimo si presentava agli investitori come operante (anche) su incarico dell’istituto di credito, “con la conseguenza che la banca contraente risponde dei danni provocati dal predetto, per il duplice ordine di ragioni evincibili dalla sentenza impugnata: in primo luogo, quale incaricato dell’adempimento delle obbligazioni facenti capo al [la banca] nei rapporti intrattenuti con i propri correntisti (cfr. art. 1228 cod. civ., anche in riferimento all’art. 31 T.U.F.), non essendo necessario che il terzo sia legato alla parte contraente da vincolo di dipendenza (cfr. Cass. n. 10616/12); in secondo luogo, in ragione dell’affidamento ingenerato negli investitori (cfr., per la rilevanza della situazione apparente, colpevolmente creata dal soggetto responsabile: cfr. Cass. n. 8229/06; Cass. n. 17393/09; Cass. n. 21729/10, in motivazione), per aver fatto credere ai clienti della banca di essere stabilmente inserito sia nell’attività della s.i.m. che in quella dell’istituto di credito presso la cui agenzia aveva l’ufficio (come da accertamento del giudice di merito, non specificamente censurato dalla ricorrente)”.

Cass., Sez. III, 31 luglio 2017, n. 18928 (leggi la sentenza)

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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