Risoluzione del contratto di leasing e determinazione del quantum spettante alla concedente

Massima: “L’art. 1526 c.c. non indica criteri interpretativi ma riconosce al giudice del merito l’apprezzamento di fatto, potendo incidere in via equitativa sull’equilibrio contrattuale, come soluzione per evitare indebiti arricchimenti a danno dell’utilizzatore e dei suoi creditori. Considerando la concreta determinazione dell’importo dell’equo compenso, quindi, questo potrà legittimamente superare il corrispettivo del temporaneo godimento del bene. Mentre, una volta recuperato, da parte del concedente il capitale monetario investito nell’operazione in vista del lucro corrispondente tramite il compenso ed il residuo valore del bene, il risarcimento del danno non sarà rapportato all’intera differenza necessaria per realizzare il guadagno previsto. Infatti, attraverso l’anticipato recupero del bene e del suo valore, il concedente è in grado di ottenere, mediante il reimpiego di quel valore, un utile proporzionale, che deve essere quindi calcolato in detrazione rispetto alla somma che l’utilizzatore stesso avrebbe ancora dovuto pagare nel caso in cui il rapporto fosse continuato.” (Leggi la sentenza per esteso)

Con una recente pronuncia (Cass. 19.1.2012 n. 1695) la Terza Sezione della Suprema Corte è intervenuta in materia di leasing chiarendo un profilo interpretativo dell’art. 1526 c.c., da tempo dibattuto.

Il Giudice delle leggi ha statuito che, in caso di risoluzione di un contratto di leasing traslativo, il cumulo, a favore della società concedente, della penale di risoluzione, afferente il risarcimento del danno, con la restituzione del bene non comporta, in linea di principio, violazione nè falsa applicazione della norma citata.

Nella fattispecie posta al vaglio della Corte, concernente appunto l’intervenuta risoluzione di un contratto di leasing, l’utilizzatrice ha lamentato l’illegittimità del suddetto cumulo allorchè ciò comporti il superamento dell’utilità che sarebbe derivata al concedente dalla regolare esecuzione del contratto. Inoltre, secondo i motivi del ricorso proposto dinanzi alla Suprema Corte, il risarcimento del danno non potrebbe essere rappresentato dall’intera differenza necessaria per raggiungere il guadagno atteso dal concedente.

Giova ricordare come la disciplina relativa alla risoluzione del contratto causata dall’inadempimento del compratore (rectius, utilizzatore) di cui all’art. 1526 c.c. preveda che il venditore (rectius, concedente)  ha diritto ad un equo compenso per l’uso della cosa, oltre al risarcimento del danno. Ebbene, secondo la pronuncia in esame, l’equo compenso ed il risarcimento del danno conservano, in linea di principio, la propria compatibilità con la restituzione del bene a meno che l’importo complessivamente disposto a favore del concedente non sia superiore a quanto quest’ultimo avrebbe ricavato  dalla regolare esecuzione del contratto.

Ed invero non si tratta di un nuovo approdo della Cassazione la quale si era già espressa in tal senso (tra le altre Cass. n.196/2008).

Inoltre la Corteprecisa che “rileva non tanto quanto abbia pagato il contraente inadempiente per un uso limitato  nel tempo, quanto piuttosto quale sia stata l’utilità ricavata ovvero la perdita subita dal contraente che abbia dato regolare esecuzione al contratto”, ben potendosi verificare pertanto che l’utilizzatrice versi una medio-alta percentuale del pattuito corrispettivo pur avendo avuto in uso il bene, oggetto del contratto di leasing, per breve periodo (nel caso di specie pagamento del 40% del corrispettivo a fronte di un solo anno di uso).

Rina Longhitano (r.longhitano@lascalaw.com)

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