Ripetizione di indebito in conto corrente: la prova è tutta del correntista

Il correntista, che ravvisi l’applicazione di somme indebite in conto corrente, deve dimostrare il pagamento e la mancanza di un valido titolo, se vuole ottenerne la restituzione.

Questo, il principio enucleabile dall’ultimo arresto dei Giudici di legittimità in tema di accertamento e ripetizione di indebito: trattasi dell’ordinanza n. 24948, emessa dalla VI Sezione della Suprema Corte e depositata lo scorso 23 ottobre 2017.

Nel caso in esame, l’istituto bancario, convenuto dal cliente dinanzi al Tribunale di Como ed ivi dichiarato soccombente per carenza di prova degli addebiti per avverso contestati (prova ritenuta, dal giudicante, suo onere), aveva impugnato la sentenza a sé sfavorevole, andando incontro ad un esito altrettanto negativo in secondo grado.

Così, avverso il provvedimento di rigetto dell’adita Corte d’Appello di Milano, la banca è ricorsa alle cure del Supremo Consesso, denunciando la violazione, da parte dei Consiglieri meneghini,

  1. 1. dell’art. 2697 c.c., rilevando che questi ultimi avevano errato nell’attribuirle l’onere di dimostrare l’esecuzione dei pagamenti contestati dal correntista (attore in primo grado) e l’assenza in essi di causa debendi;
  2. 2. degli artt. 2697, 2934, 2935, 1842 e 1852 c.c., rilevando che la Corte d’Appello, contrariamente a quanto assunto, avrebbe dovuto imputare al correntista, a fronte dell’eccezione di prescrizione sollevata dalla banca convenuta, l’onere di dimostrare che i versamenti in contestazione non costituissero pagamenti e, perciò, non avessero natura solutoria;
  3. 3. dell’art. 2935 c.c., avendo la Corte territoriale fatto decorrere l’eccepita prescrizione del diritto alla ripetizione, vantato dalla correntista, dalla chiusura del conto, anziché dalla data in cui risultavano pagate tutte le somme a debito;
  4. 4. dell’art. 1283 c.c. e del c.d. degli artt. 132, II comma, n. 4 e 156 c.p.c., per assunta illegittimità della capitalizzazione annuale degli interessi passivi.

Ebbene, la Corte di Cassazione, aderendo alle ragioni di ricorso esplicitate dalla banca, ha cassato con rinvio la pronuncia gravata, ritenendo fondato (ed assorbente) il primo dei succitati motivi di impugnazione. Essa, infatti, ha assunto un orientamento ben distinto da quello mostrato dal Giudice di seconde cure, in ordine al criterio di attribuzione dell’onere probatorio in sede di accertamento di indebiti in conto corrente.

Secondo la Corte lombarda, e a suffragio del rigetto pronunciato contro il gravame interposto dalla banca, spettava a quest’ultima produrre gli estratti conto, dall’inizio del rapporto, per provare il proprio credito nei confronti del correntista, nonostante fosse parte convenuta nel giudizio de quo.

Per la Cassazione, invece, a ragione dell’accoglimento del ricorso in commento, il ridetto onere gravava (e grava) sull’istituto bancario solo nel caso in cui agisca per ottenere condanna del correntista al pagamento di somme dovutegli, non già nell’ipotesi inversa, ossia allorquando sia chiamata a resistere alle domande giudiziali di accertamento di indebito e di conseguente condanna alla ripetizione, proposte dal cliente.

In detto ultimo caso, infatti – afferma il Supremo Collegio –, spetta al correntista, parte attrice, provare l’avvenuto pagamento delle somme contestate e l’insussistenza della relativa causa debendi. Ne deriva che incombe sull’attore l’onere di produrre gli estratti conto, non solo per far valere la fondatezza delle sue domande, ma anche in difesa all’eccezione di prescrizione sollevata dalla banca, da lui convenuta. In proposito, segnatamente, statuisce: “ciò implica che il correntista che agisca per la ripetizione dell’indebito sia tenuto a documentare l’andamento del rapporto attraverso la produzione degli estratti conto, dal momento che è attraverso questi ultimi che hanno evidenza le singole rimesse che, avendo ad oggetto importi non dovuti, sono suscettibili di ripetizione”.

Afferma, inoltre, la Cassazione sul punto: “la mancata produzione degli estratti conto, se rileva ai fini della verifica del fondamento dell’eccezione di prescrizione, conta, altresì – per quanto appena osservato – nella diversa prospettiva dell’accertamento della pretesa fatta valere da chi agisce per la ripetizione dell’indebito: sicché non si vede come possano scindersi gli effetti che devono farsi derivare, sul piano processuale, dall’omessa documentazione delle movimentazioni del conto”.

A mente del ragionamento seguito, pertanto, la Suprema Corte conclude, facendo proprio il seguente principio di diritto: “In tema di contratto di conto corrente bancario, il correntista che agisca per la ripetizione dell’indebito, tenuto a fornire la prova sia degli avvenuti pagamenti che della mancanza, rispetto ad essi, di una valida causa debendi, è onerato di documentare l’andamento del rapporto con la produzione degli estratti conto, i quali evidenziano le singole rimesse che, per riferirsi ad importi non dovuti, sono suscettibili di ripetizione”.

Cass., Sez. VI-1 Civ., 23 ottobre 2017, n. 24948 (leggi la sentenza)

Benedetto Losacco – b.losacco@lascalaw.com

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