Riflessioni sulla “responsabilità degli enti” di cui al D.Lgs. n. 231/2001

Quale destino si prospetta per la disciplina della responsabilità delle società e degli enti per reati commessi a loro interesse?

Su questo interrogativo hanno riflettuto, a quasi quindici anni dall’entrata in vigore del D.Lgs n. 231/2001, alcuni illustri oratori, tra i quali, il Presidente della Corte d’Appello di Milano Giovanni Canzio, il Consigliere di Cassazione Giorgio Fidelbo, il prof. Francesco Mucciarelli, nonché gli Avv.ti Ludovica Parodi, Umberto Ambrosoli, Francesco Arata, Ermanno Cappa, Giovanni Cerutti ed Emilio Girino.

Tutti i relatori sono apparsi concordi nel respingere tassativamente la prospettiva di un’eventuale abrogazione della disciplina. Tale considerazione trova ragione d’essere, infatti, non solo in forza degli obblighi assunti in sede internazionale (OCSE), ma sopratutto in ragione del grave pregiudizio che il nostro stesso ordinamento subirebbe in conseguenza del venir meno di un imprescindibile strumento volto a contrastare la “criminalità dell’impresa”.

Tuttavia, dall’analisi dell’esperienza giurisprudenziale maturata in questi anni, è altresì emersa la necessità di un intervento riformatore, volto a porre rimedio alle eccessive differenze interpretative della disciplina, tali da caratterizzare un’applicazione sul territorio «a macchia di leopardo».

Relativamente al merito della disciplina, è stato invece correttamente osservato che uno degli aspetti più rilevanti della disciplina è la ripartizione dell’onere della prova, laddove l’art. 6, al fine di consentire l’esonero da responsabilità, pone a carico dell’ente l’onere di provare: i) di aver adottato un modello di organizzazione e di gestione idoneo a prevenire la commissione di reati, nonché ii) di aver introdotto, nella struttura aziendale, un adeguato Organismo di Vigilanza. E’ evidente pertanto che l’applicazione in concreto della disciplina, si traduce inevitabilmente in una verifica, in sede giudiziale, circa l’idoneità del modello concretamente adottato dalla società nell’interesse della quale è stato posto in essere l’illecito.

In conclusione, alla luce di quella che è stata l’esperienza applicativa dall’entrata in vigore della disciplina della responsabilità delle società e degli enti per reati commessi nel loro interesse, come rilevato poc’anzi, appare non più procrastinabile un radicale intervento da parte del legislatore, con particolare riguardo soprattutto alle unità produttive di dimensione medio piccole.

Non può non rilevarsi, infatti, come la disciplina sia stata originariamente pensata e strutturata per le grandi imprese, caratterizzate da una articolata struttura organizzativa. Anche se tuttavia il tessuto produttivo italiano si caratterizza per la presenza quasi esclusiva o comunque nettamente prevalente di imprese di dimensioni piccole o medie, caratterizzate da una stretta base familiare o dove comunque la gestione coincide con la proprietà.

Realtà nell’ambito delle quali si riscontra una difficoltà maggiore ad assumere decisioni più incisive sull’assetto organizzativo, con attenzione alla gestione del rischio del compimento di reati-presupposto.

11 marzo 2015

Luca Bettinelli – l.bettinelli@lascalaw.com

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