Chi di ricorso infondato ferisce, di condanna d’ufficio perisce

La parte che ricorre o resiste in Cassazione nella consapevolezza di proporre domande ed eccezioni infondate o, comunque, senza adoperare la normale diligenza che l’avrebbe resa cosciente dell’infondatezza, è passibile di condanna d’ufficio al pagamento di una somma, equitativamente determinata, in favore della controparte.

Tali condotte processuali, infatti, integrano a pieno i presupposti della mala fede o colpa grave che giustificano l’applicabilità dell’art. 385 comma 4 c.p.c., così come affermato dalla Corte di Cassazione con ordinanza n. 8064 depositata il 3 aprile 2018.

I giudici di legittimità hanno avuto cura di definire l’applicazione nel tempo dell’art. 385 comma 4 c.p.c.

La disposizione, invero, è stata introdotta dal D.lgs. 40/2006 ed è entrata in vigore il 2 marzo dello stesso anno, salvo poi essere stata abrogata dall’art. 46, comma 20, della legge 69/2009, entrato in vigore il 4 luglio 2009. La norma, perciò, è applicabile esclusivamente ai ricorsi per cassazione avverso le sentenze pubblicate a decorrere dal 2 marzo 2006, purché proposti nell’ambito di giudizi instaurati prima del  4 luglio 2009.

La vicenda trae origine dalle azioni simulatorie e, in subordine, revocatorie, proposte, da una Banca, avverso l’atto di conferimento in fondo patrimoniale dei beni ipotecati a garanzia del credito vantato, da quest’ultima, nei confronti di due società.

Si costituivano in giudizio i coniugi terzi datori di ipoteca, chiedendo il rigetto della domanda e chiamando in causa, a propria garanzia, le curatele fallimentari delle società debitrici.

Il Tribunale, dal canto suo, dichiarava l’atto dispositivo inefficace ai sensi dell’art. 2901 c.c. Seguiva il giudizio d’appello innanzi alla Corte d’Appello di Napoli, instaurato dai soccombenti, pur senza integrare il contraddittorio nei confronti delle curatele fallimentari, e concluso con una pronuncia di inammissibilità.

I condannati non desistevano dal ricorrere in Cassazione.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso proposto poiché “totalmente eterodosso rispetto ai contenuti della decisione d’appello”,  dichiarando la responsabilità aggravata dei ricorrenti per aver agito in mala fede. In applicazione del disposto dell’art. 385 comma 4 c.p.c. è seguita la condanna al pagamento della somma determinata in via equitativa in 5.000 euro, oltre che alla rifusione delle spese di lite.

Da ultimo, la pronuncia in commento ha sanzionato la condotta tenuta dal legale difensore dei ricorrenti, per aver accusato la Corte d’Appello di “non leggere neppure i fascicoli”.

L’accusa di omissione intenzionale del compimento dei doveri d’ufficio da parte della Corte d’Appello, ritenuta in contrasto con l’art. 52, comma 1, del Codice Deontologico, è stata punita con una segnalazione all’ordine di appartenenza dell’avvocato.

Cass., Sez. VI – 3 Civ., 03 aprile 2018, n. 8064

Cristina Pergolari – c.pergolari@lascalaw.com

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