Ricorso in Cassazione: applicabile la norma sopravvenuta

La Suprema Corte, a sezioni unite civili, dirime un duplice contrasto di orientamenti riguardo all’ammissibilità del ricorso alla Corte di legittimità per la violazione  di legge nel caso di norme sopravvenute con la sentenza n. 21691/2016.

Le sezioni unite si sono pronunciate sul ricorso proposto dal datore di lavoro nei confronti di una dipendente che, nell’arco di tempo compreso fra il 1988 e il 2000, ha lavorato per la società stipulando una serie di contratti di lavoro subordinato a tempo determinato e con diverse qualifiche.

La lavoratrice contesta la violazione dell’art. 1 della legge 230/1962 chiedendo che sia accertata la natura a tempo indeterminato dei contratti, con conseguente reintegrazione nel rapporto di lavoro e risarcimento per i danni subiti.

La società costituitasi in giudizio ribadisce la totale legittimità di ciascuno dei contratti all’atto della sottoscrizione da parte della dipendente.

Dopo la sentenza di appello e prima del ricorso in Cassazione entra in vigore la L. 183/2010 che interviene sulla materia del risarcimento del danno in caso di contratto a termine illegittimo.

E’ in siffatto contesto che si registra l’intervento della Corte, che investe il duplice tema inerente l’applicazione dell’articolo 32 della legge 183/2010 in materia di quantificazione del risarcimento del danno previsto per i contratti a tempo determinato dichiarati illegittimi. Il primo tema affrontato dalle sezioni unite attiene all’applicabilità o meno della nuova normativa anche ai giudizi pendenti in Cassazione al momento dell’entrata in vigore della legge.

Senza sconfessare il principio cardine sul tema di efficacia della legge nel tempo, ex art.11 delle disposizioni sulla legge in generale del c.c., ne’ tantomeno la tassatività dei motivi enumerati dall’art. 360 c.p.c. 1 co., la Corte pone l’accento sulla verifica tesa ad accertare la conformità della sentenza all’ordinamento giuridico giungendo alla conclusione che,  nel compimento di detta operazione, non può non tenersi conto degli sviluppi normativi con efficacia retroattiva.

La parte interessata sarà pertanto legittimata a proporre ricorso per Cassazione anche avverso quella sentenza che abbia correttamente applicato la legge all’epoca vigente, nell’eventualità in cui sia sopravvenuta una legge munita di efficacia retroattiva.

E’ nella retroattività della legge che deve individuarsi il parametro del giudizio di violazione di legge ex art. 360 c.p.c, co. 1 n. 3, in siffatte ipotesi la Corte ammette il ricorso in Cassazione anche solo per denunciare la violazione della nuova legge.

Secondo punto di contrasto attiene al rapporto tra legge retroattiva e giudicato, a riguardo la Corte nella sentenza in commento  chiarisce “Se la sentenza si compone di più parti connesse tra loro in un rapporto per cui l’accoglimento dell’impugnazione nei confronti della parte principale determinerebbe anche la caducazione della parte dipendente, la proposizione dell’impugnazione nei confronti della parte principale ne impedisce il passaggio in giudicato”.

La Corte predilige dunque l’orientamento per cui, nell’eventualità di capi della domanda strettamente connessi, se quello principale viene accolto lo saranno inevitabilmente anche quelli da esso discendenti.

Dunque secondo quanto sin qui sostenuto per la Cassazione  l’art. 360 c.p.c, co. 1 n. 3 va interpretato nel senso che la violazione di norme di diritto può riguardare anche disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata qualora munita di efficacia retroattiva, ciò rende ammissibile il ricorso per Cassazione per la violazione di una legge sopravvenuta, ricorso che soggiace al solo limite del giudicato.

Eusapia Simone – e.simone@lascalaw.com

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