Revocazione della donazione per sopravvenienza di figli

Si riconferma l’interpretazione giurisprudenziale dominante, che individua nell’interesse del donante –  e non dei (potenziali) donatari – il bene giuridico tutelato dalla norma.

Dopo tanto tempo, con la recentissima Cass. Civ., sez. II, n. 5345/17 del 2 marzo scorso, la Suprema Corte è tornata a pronunciarsi su di una fattispecie invero poco dibattuta nell’ambito del panorama giurisprudenziale: la revocazione della donazione per sopravvivenza di figli ex art. 803 cod. civ., ivi inclusi gli eventuali profili di illegittimità costituzionale della norma.

Nel caso di specie, il ricorrente aveva denunciato innanzi al Supremo Giudice di Legittimità, oltre che la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 803 e 804 cod. civ., anche la ritenuta incostituzionalità della norma, per pretesa violazione degli artt. 3 e 30 Cost.

Secondo quanto ritenuto dal ricorrente, il fatto che la norma – così come da sempre interpretata dalla giurisprudenza – includesse nelle ipotesi di revocabilità delle donazioni le sole ipotesi di assoluta assenza di figli al momento della donazione e non invece l’eventuale sopravvenienza di figli pur in presenza di figli pregressi, sarebbe stata in contrasto con i principi costituzionali, trattando ingiustamente come diseguali situazioni, al contrario, ugualmente meritevoli di tutela.

Di diverso avviso, però, la Suprema Corte: richiamandosi alla dottrina ed alla giurisprudenza maggioritarie, infatti, la Cassazione Suprema ha ritenuto giustificabile la “disparità di trattamento” asseritamente individuata dal ricorrente, nella misura in cui la revocazione della donazione per sopravvenienza di figli risponde all’esigenza di “permettere al donante di riconsiderare l’opportunità della donazione a fronte della sopravvenienza del figlio in funzione degli obblighi di mantenimento, istruzione ed educazione, che derivano da tale evento”.

Esigenza che è corretto tutelare – ribadisce la Corte – solo in relazione alla nascita del primo figlio.

La norma – prosegue la Corte – si spiega infatti facendo forza sulla “complessità della psiche umana, presumendo il legislatore che il donante non può aver valutato adeguatamente l’interesse alla cura filiale allorquando non abbia ancora avuto figli, ossia quando non abbia ancora provato il sentimento di amore filiale con la dedizione che esso determina ed il superamento che esso provoca su ogni altro effetto”.

Al contrario, la situazione è ben diversa in caso di preesistenza di altri figli; in questo caso, infatti, il donante è già consapevole non solo di che significato possa assumere per una persona la nascita di un figlio, ma altresì di quali siano gli oneri scaturenti dalla condizione genitoriale, sicché non sarebbe corretto consentirgli un “ripensamento” della donazione che vada (ingiustamente) a detrimento della sola posizione del donatario.

In forza di tale principio, la Cassazione, ribadendo l’interpretazione costituzionalmente orientata già affermatasi da tempo, ha quindi ritenuto superflua la questione di costituzionalità prospettata dal ricorrente, riconfermando il tradizionale orientamento.

Cass., Sez. II, 2 marzo 2017, n. 5345 (leggi la sentenza)

Benedetta Minotti – b.minotti@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche

La Corte di Cassazione ha avuto modo di pronunciarsi sul tema della ripartizione dell’onere della ...

Successioni

La Cassazione ha avuto modo recentemente di esprimersi sulla corretta applicazione dell'articolo 590...

Successioni

Questa, in estrema sintesi, la questione affrontata dalla Corte di Cassazione nella recente ordinanz...

Successioni