Revocatoria fallimentare e legittimazione passiva della Banca cedente

Nell’azione revocatoria fallimentare la legittimazione passiva in capo alla cessionaria sussiste solo quando risulta che con l’azienda bancaria siano state trasferite anche tutte le attività e passività aziendali, tra cui possono rientrare anche i debiti futuri derivanti dall’azione revocatoria.

Nel caso in esame il Fallimento ricorrente, con il suo primo motivo di ricorso, ha censurato la violazione o falsa applicazione dell’art. 58 del D.Lgs. n. 385 del 1993, degli artt. 1346, 1325 e 1418 cod. civ., art. 100 c.p.c. e art. 67 l.f. affermando che non poteva condividersi la statuizione della corte territoriale secondo cui il cessionario dell’azienda bancaria ai sensi dell’art. 58 TUB risponde in via esclusiva dei debiti relativi all’azienda ceduta, ivi compresi quelli derivanti dall’esperimento di azione revocatoria.

Da un lato, infatti, il ricorrente ha sostenuto che nel caso in esame non fosse possibile ritenere che tali obbligazioni future avessero un oggetto determinabile, posto che alla data della cessione il fallimento non era ancora intervenuto.

D’altro lato, ha sostenuto che un simile assunto sarebbe stato in contrasto con il mantenimento in capo alla cedente del credito vantato rispetto al medesimo rapporto di conto corrente nei confronti della fallita, per il quale la stessa cedente aveva presentato istanza di insinuazione al passivo.

Il motivo è stato ritenuto fondato.

La Cassazione, in primo luogo ha ribadito il principio per cui possono essere oggetto di trasferimento anche i debiti futuri derivanti dall’esercizio di un’azione revocatoria, trattandosi di obbligazioni ad oggetto determinabile, in quanto all’atto della stipula della convenzione gli eventuali debiti sono identificabili sulla base dei pagamenti eseguiti dai debitori poi falliti, risultanti dalla contabilità dell’azienda ceduta (cfr. Cass. 28 luglio 2010 n. 17668; Cass. 23 settembre 1994 n. 7831).

Tuttavia, la Corte ha evidenziato che il Tribunale, nel ritenere che nel caso in esame il cessionario dell’azienda bancaria rispondesse, decorsi tre mesi, in via esclusiva dei debiti relativi all’azienda ceduta, ivi compresi quelli derivanti in conseguenza della successiva introduzione di un’azione revocatoria, si è limitato meramente a fare richiamo al suddetto principio, trascurando però di verificarne i presupposti in fatto.

I Giudici di legittimità hanno specificato che una simile interpretazione può trovare giustificazione solo qualora sia preceduta da un accertamento in fatto da parte del giudice di merito rispetto all’avvenuto trasferimento, unitamente all’azienda bancaria, di tutte le attività e le passività aziendali e così anche dei debiti futuri derivanti dall’azione revocatoria, in quanto obbligazioni ad oggetto determinabile.

Pertanto, l’adesione da parte della corte di merito all’orientamento giurisprudenziale citato presupponeva l’accertamento dell’avvenuta cessione in blocco di attività e passività aziendali.

Tuttavia, nel caso di specie risultava pacificamente fra le parti la conservazione in capo alla cedente del credito derivante dallo stesso conto corrente su cui erano state effettuate le rimesse dedotte in revoca, considerata insinuazione al passivo della stessa cedente. Tale circostanza, infatti, è evidentemente incompatibile con un trasferimento indistinto di tutte le passività e le attività aziendali.

In conclusione, i Giudici hanno cassato la sentenza con rinvio, affinché la corte distrettuale verifichi la sussistenza in fatto del presupposto indispensabile per l’applicazione del suddetto orientamento giurisprudenziale.

Cass., Sez. I Civ., 28 maggio 2018, n. 13308

Luca Scaccaglia – l.scaccaglia@lascalaw.com

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