Responsabilità “oggettiva” per l’attività del dipendente, collaboratore o simile: quali limiti alla operatività?

Due recenti pronunce della Suprema Corte hanno affrontato – sotto diverso profilo – la questione della “responsabilità per fatto degli ausiliari” e “responsabilità dei padroni e dei committenti”.

Nel primo caso, che ineriva la presunta responsabilità di una Compagnia di Assicurazioni, derivante da una asserita condotta poco diligente della stessa rispetto all’operato di un soggetto terzo, la Corte affronta l’esegesi della norma e ricorda che “il contenuto precettivo dell’art. 2049 c.c. viene sintetizzato nella locuzione per cui la responsabilità indiretta del committente per il fatto dannoso del dipendente postula l’esistenza di un nesso di “occasionalità necessaria” tra l’illecito e il rapporto che lega i due soggetti, nel senso che le mansioni affidate al dipendente abbiano reso possibile o comunque agevolato il comportamento produttivo del danno (Cass. 31 agosto 2009, n. 18926), a nulla rilevando che tale comportamento si sia posto in modo autonomo nell’ambito dell’incarico o abbia addirittura ecceduto dai limiti di esso, magari in trasgressione degli ordini ricevuti”.

Storicamente, poi, la Suprema Corte rammenta che la ratio della norma è quella “di porre a carico dell’impresa – come componente dei costi e dei rischi dell’attività economica – i danni cagionati da coloro della cui prestazione essa si avvale per il perseguimento della sua finalità di profitto, in conformità al brocardo per cui ubi commoda, ibi incommoda”.

La responsabilità di colui che fruisce dei risultati dell’attività del dipendente, collaboratore o simile può sussistere, in alternativa, anche su base diversa, e cioè, in applicazione del principio dell’apparenza del diritto all’elemento dell'”occasionalità necessaria”, riconducibile a quello più ampio della tutela dell’affidamento incolpevole, con la conseguenza che va tutelato chi ha contrattato con colui che appariva in grado di impegnare altri, semprechè ricorra la duplice condizione della buona fede dei primo e di una condotta quanto meno colposa dell’ultimo, tale da ingenerare nel terzo la ragionevole convinzione che il potere di rappresentare o di impegnare sia stato effettivamente e validamente conferito a chi ne è apparso, nella contrattazione col terzo, dotato (tra le molte: Cass. 9 marzo 2012, n. 3787; Cass. 8 febbraio 2007, n. 2725).

Nel caso di specie, occorre rilevare che la responsabilità della Compagnia è stata esclusa poiché il ricorrente non avrebbe contratto con l’impresa assicuratrice alcun tipo di prodotto emesso dalla stessa (nel caso di specie assicurativo-finanziario), avendo conferito ad un soggetto terzo una gestione autonoma del proprio patrimonio.

La seconda pronuncia, resa nei confronti di un intermediario finanziario, precisa che la responsabilità della banca, nei confronti del cliente, per il fatto del suo dipendente, si inquadra nell’art. 1228 cod. civ., atteso il contratto che si instaura tra i medesimi.

La Suprema Corte, nel valutare il cd “nesso di occasionalità necessaria”, riconosce tuttavia che esso “è suscettibile di essere interrotto da alcune evenienze concrete”, elencando la casistica che consente di affermarne l’interruzione (dimostrabile anche attraverso presunzioni): “si è ritenuto, così, in presenza di elementi presuntivi, quali il numero o la ripetizione delle operazioni poste in essere con modalità irregolari, il valore complessivo delle operazioni, l’esperienza acquisita nell’investimento di prodotti finanziari, la conoscenza del complesso iter funzionale alla sottoscrizione di programmi di investimento e le complessive condizioni culturali e socio-economiche (Cass. 24 marzo 2011, a. 6829); o allorchè l’investitore aveva intenzionalmente comunicato al promotore i codici di accesso al proprio conto corrente (Cass. 4 marzo 2014, n. 5020) o il consulente finanziario operava in borsa per conto dei propri clienti senza alcun vincolo di mandato (Cass. 13 dicembre 2013, n. 27925), o, ancora, per l’esistenza di un separato mandato conferito dall’investitore al promotore, con rapporto diretto ed esclusivo tra clienti ed il promotore medesimo (Cass. 10 novembre 2015, n. 22956). E la situazione predetta in capo all’investitore può essere provata con ogni mezzo, ivi comprese le presunzioni”.

Con tale pronuncia, quindi, è stato confermato che vi è un limite alla responsabilità dell’intermediario finanziario rispetto alle responsabilità che il cliente lamenta nel comportamento tenuto da parte del dipendente.

Cass. Civ., Sez. III, 10 agosto 2016, n. 16887 (leggi la sentenza)

Cass. Civ., Sez. I, 7 settembre 2016, n. 17681 (leggi la sentenza)

Paolo Francesco Brunop.bruno@lascalaw.com

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