Responsabilità ex Decreto Legislativo n. 231 del 2001 ed esclusione della agevolazione del condono fiscale.

L’esclusione della definizione agevolata contemplata dall’ultimo nucleo normativo del 1° comma dell’art. 15, l. 289 del 2002 si applica alle società i cui rappresentanti legali siano stati destinatari dell’azione penale per i reati previsti dal decreto legislativo n. 74 del 2000, qualora la contribuente abbia avuto formale conoscenza di tale esercizio entro la data di perfezionamento della definizione

La Suprema Corte accoglie il ricorso contro l’applicazione della definizione agevolata ex art. 15 della legge n. 289 del 2002 a favore di una s.r.l. il cui legale rappresentante era stato condannato in primo grado per reati tributari contemplati dal decreto legislativo. n. 74 del 2000.

La Corte ribadisce che l’art. 15 della legge n. 289 del 2002 così recita: “..la definizione non è ammessa per i soggetti nei cui confronti è stata esercitata l’azione penale per i reati previsti dal decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 di cui il contribuente ha avuto formale conoscenza entro la data di perfezionamento”, e, a tal riguardo, delinea la validità dell’esclusione della misura di agevolazione a favore della srl il cui rappresentante legale era stato condannato in primo grado per reati tributari.

Seppur l’azione penale non può ricadere sulla persona giuridica, priva di capacità penale,  non può non tenersi conto del rapporto di imputazione organica che, seppur non ha l’effetto di trasferire o estendere l’azione penale in capo alla società, si pone comunque quale idoneo veicolo di trasmissione ad essa di tutte le altre conseguenze che a tale responsabilità si annodano.

Qualora l’attività illecita sia compiuta da una persona giuridica attraverso i propri organi rappresentativi, costoro rispondono penalmente per i singoli fatti di reato, mentre ogni altra conseguenza patrimoniale ricade sull’ente esponenziale in nome e per conto del quale la persona fisica ha agito, con la sola esclusione dell’ipotesi di avvenuta rottura del rapporto organico per avere l’imputato agito di propria esclusiva iniziativa (Cass. Pen., sez. III, 3 dicembre 2003, Andrisano).

In virtù dell’ imputazione organica, l’amministratore si configura quale braccio operativo della società, e in quanto tale, in caso di commissione di reati, diventa strumento della stessa al fine di perseguire illeciti vantaggi a meno che, non si dimostri che non abbia agito nell’interesse della società bensì nel proprio di interesse o nell’interesse altrui. 

Del resto, a dire della Corte, diversamente risulterebbe frustrata la finalità perseguita dal legislatore con la norma di impedire dopo la conoscenza formale dell’esercizio dell’azione penale nei confronti del reo, che possano essere lucrati, mediante il ricorso alle procedure di definizione  agevolata, vantaggi fiscali, comunque connessi al compimento di reati sanzionati dal decreto legislativo n. 74 del 2000.

In sostanza, mentre la persona fisica risponde comunque penalmente dei reati tributari commessi nell’interesse e per conto della società amministrata, quest’ultima è passibile solo di sanzioni extrapenali tra le quali può essere compresa l’esclusione dal condono come per i propri amministratori, come ha affermato la stessa Corte in obiter dictum[1].

D’altronde l’orientamento della Corte, diverse volte confermato, è quello di ritenere che, seppur i reati tributari non rientrano direttamente nel catalogo dei reati presupposto, non è esclusa la responsabilità della società, se ricordiamo che il decreto legislativo  231 del 2001 rappresenta l’introduzione di un nuovo genere di autonoma responsabilità amministrativa dell’ente per l’illecito commesso da un soggetto in posizione di vertice. Si tratta di una responsabilità non oggettiva in quanto deve essere riscontrata una “colpa da organizzazione” che abbia favorito la commissione del reato.

Anche se il reato è contestabile al rappresentante legale, le conseguenze patrimoniali ricadono comunque anche sulla società a favore della quale ha agito il manager a meno che non si provi che era venuto meno il collegamento tra l’uno e l’altra.[2]

Nel caso di specie se si ammettesse l’incapacità penale delle persone giuridiche, l’interpretazione letterale dell’art. 15 della legge n. 289 del 2002 finirebbe per agevolare la commissione di reati tributari da parte di compiacenti amministratori, con la consapevolezza del conseguimento dei vantaggi derivanti dall’accesso al condono da parte della società di cui i siffatti amministratori sono proiezione ed espressione.

(Ornella Carleo – o.carleo@lascalaw.com)



[1] Cassazione penale, sezione III, 24 settembre 2008, n. 39358.

[2] Cassazione penale, sezione III, 19 luglio 2011, n. 28731.

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