Recupero crediti e sollecitazione telefonica

Provvedimento n. 445 del 10 ottobre 2013 (leggi il provvedimento per esteso)

L’Autorità per la privacy ha dato ragione ad un cittadino, titolare di un contratto di finanziamento con una banca, che aveva segnalato di aver ricevuto dall’istituto di credito telefonate preregistrate con solleciti di pagamento. Secondo l’interessato il sistema era lesivo della riservatezza e della dignità perché, anche involontariamente, le comunicazioni potevano essere ascoltate da persone che non avessero alcun diritto a conoscere informazioni sul finanziamento.

Com’è noto, per il recupero dei propri crediti le banche, prima di intraprendere un’attività giudiziale, ricorrono molto spesso alla c.d. phone collection, ovvero alla sollecitazione del pagamento rivolta al debitore attraverso il contatto telefonico.

Per evitare che tale modalità di contatto sia suscettibile di rendere edotti soggetti diversi dal debitore (familiari, conviventi, colleghi, vicini di casa, ecc.) circa la sua asserita condizione di inadempimento, il Garante per la protezione dei dati personali, il 30 novembre 2005, ha adottato un provvedimento [doc. web n. 1213644] con cui ha espressamente considerato illecito il ricorso  comunicazioni telefoniche preregistrate realizzate senza l’intervento di un operatore, salvo che la banca (o chi agisce in sua vece) non utilizzi un sistema tale da garantire la ragionevole certezza che il soggetto contattato telefonicamente sia l’effettiva controparte del rapporto di finanziamento.

In questo contesto, la Santander Consumer Bank S.p.A. ha adottato una tecnica di phone collection per cui il rispondente, prima di procedere con l’ascolto del messaggio rivolto al debitore (e riguardante la sua posizione debitoria), deve confermare la propria identità attraverso la selezione di un determinato numero sul tastierino telefonico, previa ammonizione circa la rilevanza penale consistente nell’ascolto di una comunicazione diretta ad altri.

Nelle intenzioni della Santander, tale soluzione avrebbe garantito quella ragionevole certezza richiesta dal provvedimento del 2005 sopra citato, e cioè che il soggetto all’altro capo del telefono era il vero destinatario della comunicazione tale che, qualora così non fosse stato, ciò avrebbe comunque esonerato la banca da responsabilità trattandosi di fatto illecito altrui (il rispondente che ha confermato una falsa identità).

Non è stata dello stesso avviso l’Autorità per la quale è troppo poco chiedere al rispondente di confermare la sua identità. La ragionevole certezza, continua l’Autorità, sarebbe stata rispettata se, per esempio, la banca avesse identificato il rispondente attraverso la digitazione sul tastierino telefonico con un codice personale associato univocamente al debitore in fase di sottoscrizione del contratto di finanziamento.

4 dicembre 2013

(Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com)

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