Il “ready-made” non scappa all’antiriciclaggio

Con sentenza depositata il 17 gennaio 2018 (causa C-676/16), la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha ampliato il novero dei soggetti sottoposti alla Direttiva Antiriciclaggio, precisando che la “stessa direttiva deve essere interpretat[a] nel senso che rientra nell’ambito di applicazione di tali disposizioni un soggetto […] la cui attività commerciale consiste nel vendere società da esso stesso costituite [società c.d. “ready-made”], senza alcuna previa richiesta da parte dei suoi clienti potenziali, al fine di essere vendute a tali clienti mediante cessione delle quote che tale soggetto detiene nel capitale della società oggetto di vendita”.

In sintesi, la Corte ha stabilito che anche una società che ha come oggetto sociale la vendita di aziende già iscritte nel Registro delle imprese deve essere inclusa tra i soggetti destinatari della normativa.

A rivolgersi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea è stata la Corte Suprema della Repubblica Ceca, il cui ordinamento ha recepito, con legge n. 253/2008, la Direttiva 2005/60 (III Direttiva Antiriciclaggio). Il nocciolo della questione riguardava, come detto, una persona giuridica il cui oggetto sociale era rappresentato dalla vendita delle società c.d. “ready made”, già iscritte nel Registro delle imprese. In particolare, il diritto ceco dispone che, ai sensi della legge di recepimento (art. 2, par. 1, legge n. 253/2008), per soggetto obbligato si intende “qualsiasi persona […] che fornisca […] a un’altra persona servizi consistenti nel costituire persone giuridiche”, precisando, altresì, che “non è considerato soggetto obbligato colui che non esercita le attività […] a titolo della sua attività professionale”.

Al riguardo, tuttavia, la Corte di Giustizia osserva che ogni persona fisica o giuridica che fornisce un determinato servizio, inclusa la costituzione di altre società, è sottoposta al regime della Direttiva. Sia nell’ipotesi in cui un terzo affida alla società il compito di costituirne un’altra a suo nome, sia nell’ipotesi in cui una società è già costituita con il fine esclusivo di prevederne la successiva vendita.

Per la Corte, dunque, è irrilevante l’oggetto della richiesta di costituzione da parte del cliente.

I giudici pervengono a tale decisione sul presupposto che “una società rappresenta una struttura idonea alla realizzazione tanto del riciclaggio dei proventi di attività criminose, quanto del finanziamento del terrorismo, giacché essa consente di dissimulare risorse ottenute illegalmente, che saranno rese lecite attraverso tale società, nonché di finanziare il terrorismo per il suo tramite, e che, d’altro lato, l’identificazione del cliente costituisce un elemento fondamentale per prevenire tali attività, come enunciato dal considerando 9 della direttiva 2005/60”. “Appare ragionevole che il legislatore dell’Unione abbia assoggettato al controllo previsto da tale direttiva la creazione di una struttura del genere da parte di una persona o di un’impresa a nome di un terzo, approntando in tal modo una prima barriera per dissuadere chiunque intenda utilizzare una società al fine di facilitare questo tipo di attività

Orbene, […] della direttiva 2005/60 nel senso propugnato [società] – ossia che non rientrerebbe nell’ambito di applicazione di tale disposizione un soggetto la cui attività commerciale consiste nel vendere questo tipo di società già costituite – offrirebbe a coloro che effettuano il riciclaggio dei proventi di attività criminose e a coloro che finanziano il terrorismo uno strumento ideale per eludere la prima barriera che il legislatore dell’Unione ha avuto cura di creare per impedire l’uso di tali società per le suddette attività”.

Claudio Saba – c.saba@lascalaw.com

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